Recensioni

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Ci si potrebbe chiedere perché alcune etichette, spesso inflitte dai critici o dalla stampa a determinati musicisti, risultino paradossalmente tra le più diffuse e penetranti. L’appellativo di “folletto di Minneapolis”, ad esempio, è riduttivo e persino offensivo. Secondo la definizione della Treccani, un “folletto” è un «essere favoloso che la fantasia popolare immagina piccolo di statura». Applicarlo a Prince equivale a ridurlo a una figura fiabesca: un nano, uno gnomo. Un’associazione inadeguata, se non fuorviante.

Prince è Prince. Un artista totale. Più di un musicista, più di un multistrumentista di grande talento, più di un navigato tecnico di studio e produttore di rango, attore e regista, più di un visionario. Possiede uno spiccato senso di attrazione per donne belle e, al contempo, eccellenti partner di studio e/o palco: qualità che lo rende – ulteriore sfaccettatura – una sorta di pigmalione, talent scout e paladino dell’altra metà del cielo rock, la quale, come sulla Terra, non sempre gode di pari opportunità. Prince è tutto questo insieme. Un universo. Fatto di musica, film e i più disparati progetti, che esplodono come bollicine di uno champagne appena versato: non si riescono a contare, e per quante se ne volatilizzano altrettante ne spuntano.

Nel giro di tre anni Prince (coi Revolution) pubblica Purple Rain (1984), Around The World In A Day (1985), Parade (1986) colonna sonora del film Under The Cherry Moon che fa incetta di premi Worst (il peggiore) ai Golden Raspberry Awards e ai Stinkers Bad Movie Awards. Altro segno di grandezza, Prince eccelle anche nel dare il peggio di sé. Dietro la meticolosità operativa e una produttività quasi sovrumana, il triennio 1985–1987 rappresenta uno dei periodi più instabili e conflittuali della sua carriera: archivia l’esperienza dei Revolution, abbandona progetti embrionali e, soprattutto, tesse e disfa più volte – come la tela di Penelope – un album che muta continuamente nome, forma e attribuzione d’autore.

Sign ‘O’ The Times nasce in un contesto di straordinaria prolificità. Ed è proprio questa condizione – abbondanza di musica, materiale in fieri da completare, continui ripensamenti – a spiegare perché il disco non somigli a nessuno dei doppi “canonici” del rock: non è un concept unitario, né un diario cronologico, non è una raccolta disordinata di brani di serie A arricchiti di filler per completare l’opera in modo affrettato. Si tratta, piuttosto, del risultato di un vero e proprio buco nero vinilico: un triplo album originario ridotto e compresso a doppio vinile su pressante richiesta della Warner.

Nel 1986 Prince è formalmente ancora circondato dalla corte dei Revolution. Parade esce a marzo, il tour attraversa l’Europa in estate e si chiude in Giappone a settembre. Durante la lavorazione dell’album, e successivamente nelle prove e nelle date dal vivo, diventa evidente un mutamento nel rapporto con Wendy Melvoin e Lisa Coleman: da semplici musiciste affiancano il leader contribuendo ad arrangiamenti, linee armoniche, suggerendo idee creative.

Abbandonato il pop psichedelico di Around The World In A Day, Prince inizia a registrare materiale più sfacciato e compositivamente complesso, che spazia dal funk alle orchestrazioni ambiziose fino a brani dalla chiara vocazione elettronica. Una parte consistente di queste sessioni viene organizzata in una scaletta provvisoria, Dream Factory, concepita come quarto album di Prince and the Revolution, dalla quale confluiranno in Sign ‘O’ The Times otto brani, tra cui Play In The Sunshine, The Ballad Of Dorothy Parker, Starfish And Coffee, Slow Love, Hot Thing e Forever In My Life.

Nell’ottobre del 1986, tuttavia, il gruppo viene sciolto. Restano Wendy Melvoin e Lisa Coleman che contribuiscono alle chitarre e ai cori in Slow Love e nella lunga It’s Gonna Be A Beautiful Night, e alle percussioni, al sitar campionato e al flauto in Strange Relationship. E Prince che riprende pienamente il comando creativo. Determinato e propositivo il musicista si dedica al progetto Camille, un personaggio fittizio concepito in studio mediante la manipolazione elettronica della voce. Brani come Housequake, Strange Relationship, If I Was Your Girlfriend e, successivamente, U Got The Look, vengono incisi con la voce elevata verso le frequenze più acute al fine di ottenere una tonalità femminile e al contempo sorprendente.

La vita di Camille è però breve: nel giro di poche settimane ciò che era destinato a essere un album autonomo viene integrato in un disegno più ambizioso. Crystal Ball, caleidoscopico agglomerato sonoro che esplora le direzioni più disparate, viene presentato alla Warner Bros alla fine del 1986. C’è tanto materiale, il meglio delle sessioni di Dream Factory e Camille, oltre al frutto di registrazioni completamente autonome, da riempire un triplo album. Ma la major ci capisce poco e, complici i rendiconti delle vendite in flessione del dopo Purple Rain, piazza un drastico “stop” al percorso creativo di Prince. Il compromesso raggiunto obbliga il musicista a eliminare sette dei ventidue brani, a riorganizzare le facciate e, soprattutto, a consegnare un singolo da classifica. U Got The Look, inciso verso la fine del 1986 e collocato strategicamente all’inizio della terza facciata, diventa così l’agnello sacrificato sull’altare della Warner.

Quando viene consegnato alla major, Sign ‘O’ The Times rappresenta il risultato di tre precedenti “incarnazioni”: l’eco dei Revolution, il laboratorio di Camille, la visione ambiziosa e caleidoscopica di Crystal Ball. Ciononostante il doppio album non appare come un patchwork disorganico, ma come un lavoro coerente, con un centro di gravità estetico e sonoro fatto di grande cura e costruito sull’inserimento di nuovi accorgimenti tutt’altro che marginali.

Prince intensifica l’uso della drum machine Linn LM-1 e del campionatore-synth Fairlight CMI, suona personalmente ogni strumento su cui è in grado di intervenire e alterna sessioni tra sale di registrazione rinomate e il proprio studio domestico, spostandosi persino tra continenti. Tra marzo 1986 e gennaio 1987, si muove tra il Galpin Blvd Home Studio e il Kiowa Trail Home Studio a Chanhassen (Minnesota, casa sua), i Sunset Sound e gli Ocean Way di Hollywood, e il mobile studio della Dierks all’esterno del Le Zénith di Parigi, dove cattura la base live di It’s Gonna Be A Beautiful Night.

Prince è un perfezionista, ma come accade agli scienziati più avveduti sa cogliere le piacevoli sorprese offerte dal caso, dall’errore rivelatore di una verità inattesa. Susan Rogers, assistente tecnico diventata ingegnere del suono stabile del titolare fra il 1983 e il 1987, ha raccontato più volte come l’artista fosse incline a completare un brano in un’unica sessione, dall’idea alla versione definitiva. Il fatto che diversi pezzi di Sign ‘O’ The Times nascano come veri e propri “incidenti felici” – le voci fuori sincrono in Forever In My Life, la particolare distorsione su If I Was Your Girlfriend – testimonia quanto Prince, un control freak, sapesse fare tesoro dell’attimo fugace e imprevedibile.

Il suono ovattato di The Ballad Of Dorothy Parker nasce da un errore tecnico: durante la registrazione, la Rogers si accorge che metà dell’alimentazione della nuova console installata nello studio di Galpin Blvd non funziona. Ne consegue un drastico taglio delle frequenze alte che conferisce alla canzone un effetto come se fosse immersa sul fondo di una piscina. Chiunque altro avrebbe rifatto la registrazione da capo, forse licenziato qualcuno. Prince non si scompone, riconosce in quella dimensione attenuata una qualità onirica coerente al testo e decide di lasciare la registrazione così com’è.

Lo stesso accade per Forever In My Life: le parti vocali di accompagnamento, piazzate per errore in anticipo rispetto alla voce principale, restano nel master perché Prince ne coglie la potenza emotiva. Questo approccio costituisce una delle chiavi dell’album: seppur costellato di piccole asimmetrie e imperfezioni “tollerate”, così intimamente umane, il suono di Sign ‘O’ The Times è al contempo lucido e centrato.

L’apertura del disco è lo schiaffo di Sign ‘O’ The Times, ma le sorprese non si esauriscono qui. Con Play In The Sunshine emerge il Prince più “classico”: signore del funk innervato da pulsioni rock e della voce in falsetto, innesta folie zappiane e un dolce “commiato” da visione lisergica. Poi Housequake, un funk che rimanda a James Brown in chiave moderna, e The Ballad Of Dorothy Parker (la vicenda della cameriera, della vasca da bagno, la citazione di Joni Mitchell: “Help me, I think I’m falling”) dalle atmosfere degne di un film di David Lynch, in cui realtà e sogno si intrecciano e si confondono.

Cercare uno schema in relazione alle facciate del disco ipotizza un significato preciso: ogni volta che si gira il lato del vinile l’ascolto sembra ricominciare. It è un brano ossessivo, sintetico quanto Sign ‘O’ The Times, ma più cupo e inquietante per l’accento sofferente della voce e la lunga coda strumentale che non risolve bensì accumula tensione. Fanno da equilibratori Starfish And Coffee, che apre con il suono di una sveglia d’epoca – ancora un risveglio dal sogno/incubo –, Slow Love, sofisticato esercizio orchestrale, e Forever In My Life, slow ballad nella quale Prince esplora un registro intimo e sensuale (Susannah Melvoin è l’oggetto del testo mai esplicitato). Hot Thing, accreditata a Prince e Carole Davis, sancisce il ritorno all’electro-funk più solido e incisivo.

L’apertura del secondo disco con U Got The Look rappresenta, dal punto di vista strategico, una mossa vincente. Contrariamente alla consueta modalità “buona al primo take” il brano viene realizzato in tre giorni di lavoro e presenta un’impronta marcatamente femminile: Sheena Easton alla voce, non accreditata, e Sheila E. alle percussioni. Prince suona e canta praticamente ogni altro strumento, compreso una fantomatica Publison IM90 Infernal Machine. Risultato: U Got The Look raggiunge rapidamente il n. 2 della classifica di Billboard, confermando l’efficacia della scelta.

Introdotto da dieci secondi di effetti sonori – ancora una volta tra sogno e incubo – If I Was Your Girlfriend riporta l’ascoltatore, in una sorta di “giorno della marmotta” musicale, al punto di partenza. Non solo drum machine e Fairlight dettano il ritmo del brano, ipnotico e privo di ritornello, ma anche la voce è processata per ottenere un picco più acuto e androgino, rispetto a Sign ‘O’ The Times sul lato A e It sul lato B. Appartenente in origine al corpus di Camille, la canzone esplora una delle riflessioni più profonde di Prince sull’intimità di coppia: la domanda centrale non è soltanto “se fossi il tuo ragazzo”, ma “se fossi la tua migliore amica”, con tutte le implicazioni in termini di confini, desiderio e comprensione reciproca. Necessità probabilmente dettata dal senso di gelosia e invidia che Prince provava nei confronti del rapporto tra Susannah Melvoin, fidanzata del periodo, e la sorella gemella Wendy, chitarrista dei Revolution.

Strange Relationship e I Could Never Take The Place Of Your Man si collocano nell’aura del power-paisley-pop, mentre I Could Never Take The Place Of Your Man, arricchita da una lunga sezione strumentale, conferma Prince come interprete raffinato e chitarrista capace di spaziare tra diversi generi.

La quarta facciata di Sign ‘O’ The Times rimescola le carte. Solo tre brani, distinti tra loro per tipologia e ispirazione. The Cross, il testo che insiste sull’idea di sofferenza e redenzione, la chitarra distorta e i colpi di batteria che ricordano il martello che ha piantato i chiodi sulla Croce, è puro classic rock anni ’70. It’s Gonna Be A Beautiful Night, registrata dal vivo il 25 agosto 1986 a Parigi con i Revolution ancora al completo – elaborata in studio attraverso sovraincisioni di fiati, voci, percussioni e interventi parlati di Sheila E. e altri membri della band – esplosione scenica, rito collettivo che coinvolge band e pubblico. Infine Adore, puro soul, un territorio che Prince, nel corso della realizzazione di Sign ‘O’ The Times, non ha ancora esplorato. Dopo ottanta minuti di cambi di direzione stilistica e di sperimentazioni sul suono e sulla forma canzone, l’artista conclude con una dichiarazione d’amore che sancisce la continuità con la grande tradizione della musica black dei decenni precedenti.

Sign ‘O’ The Times merita un’analisi a sé. Pubblicato il 18 febbraio 1987 negli Stati Uniti, il singolo anticipa di oltre un mese l’uscita del doppio LP. Colpisce immediatamente per la sua essenzialità: una linea di basso sintetico, drum machine, pochi accordi al Fairlight, la chitarra graffiante e una voce in primo piano, quasi impersonale, da speaker. Il testo è tra i più esplicitamente “sociali” del repertorio di Prince, con riferimenti al crack, all’AIDS, al disastro dello shuttle Challenger e allo spettro della minaccia nucleare, componendo una sorta di notiziario della sofferenza di una realtà più cupa della distopia.

Altrettanto sorprendente è il video che lo accompagna. Negli anni ’80 l’elemento più determinante nel panorama della musica rock è, paradossalmente, rappresentato dalla televisione. In meno di cinque anni MTV ha convinto il pubblico a “vedere” la musica oltre che ascoltarla: per un artista, avere un singolo di successo non è più sufficiente; occorre un’immagine, una storia da rappresentare, una presenza capace di imporsi sullo schermo indipendentemente dal contenuto musicale. L’immagine diventa così parte integrante dell’opera, talvolta addirittura l’opera stessa.

In questo contesto Prince dimostra ancora una volta la sua intelligenza artistica superiore: anziché assecondare le logiche del mercato e dello spettacolo, si ritrae. Nel video di Sign ‘O’ The Times, un susseguirsi di forme geometriche, luci fulminee e parole del testo che scorrono in modo anarchico, non compare. Edonista, egocentrico e consapevole del proprio fascino, Prince afferma senza mezzi termini che musica e parole vengono per prime. L’effetto è tanto straordinario quanto destabilizzante: la clip si apprezza come opera visiva autonoma, indipendente dalla canzone, ma allo stesso tempo trasmette un messaggio chiaro, radicale, e apparentemente paradossale: “io NON ci metto la faccia”. Un gesto geniale, un gigantesco cavallo di legno cavo lasciato davanti alla porta della invalicabile MTV.

Sign ‘O’ The Times ottiene un buon riscontro commerciale ma non raggiunge i picchi di Purple Rain. Negli Stati Uniti l’album raggiunge la posizione n. 6 della Billboard Top Pop Albums e la n. 4 della Top Black Albums, restando in classifica per oltre 100 settimane. In Europa tocca la vetta in Svizzera ed entra nella top 5 in diversi altri paesi. Candidato ai Grammy come Album of the Year, non riesce tuttavia a ottenere il premio. La critica, al contrario, lo accoglie con entusiasmo quasi unanime e nel corso degli anni ne consoliderà lo status di pietra angolare, non solo nella discografia di Prince, ma nell’intero canone del pop degli anni Ottanta.

Per Prince Sign ‘O’ The Times rappresenta l’uscita laterale lungo una strada fino a quel punto larga e ben tracciata. Chiude la fase inaugurata da 1999, durante la quale sperimenta la fusione fra funk, rock e ballate soul orchestrali guidando una band stabile, e inaugura la stagione dell’ibridazione di ulteriori generi nella continua reinvenzione di sé stesso, come mostreranno Lovesexy (1988), The Black Album (a lungo rimandato) e i lavori dei primi anni Novanta.

Rispetto a Purple Rain, Sign ‘O’ The Times rinuncia volontariamente al disco “mondo” per trasformarsi in un album costellazione, al cui interno brillano stelle che spaziano dal minimalismo elettronico al jam funk, dal pop radiofonico alle ballate orchestrali, dagli esperimenti di identità vocale (Camille) a ulteriori sperimentazioni sonore. Il collante che tiene unito questo “spazio” non è né una tesi dichiarata né un racconto lineare, bensì il “tempo”: quello degli eventi (l’America di metà anni Ottanta che entra nella title-track), quello della musica (canzoni rimaste nel cassetto per anni, ripescate e rielaborate), quello dei legami personali (con i Revolution, Susannah Melvoin, i collaboratori che vanno e vengono) e quello del caso (gli incidenti di The Ballad Of Dorothy Parker e Forever In My Life come metafora di un livello più ampio che coinvolge la Storia, fosse solo la storia della musica). Spazio. Tempo. Dimensioni enormi per un disco enorme.

Se Purple Rain ha fissato l’immagine pubblica di Prince agli occhi del mondo, anche grazie al cinema, Sign ‘O’ The Times spalanca le porte al suo vissuto interiore: un artista in continua evoluzione, in ebollizione creativa, insofferente tra la crisi di una band ingombrante e le pressioni dell’industria, che al peso delle aspettative risponde senza piegarsi, anzi alzando l’asticella e complicando invece di semplificare in nome del sacro Graal della classifica.

È su questo sfondo, i vincoli imposti dalla Warner Bros brillantemente aggirati puntando sulla qualità della musica, che Sign ‘O’ The Times si erge a tutt’oggi come disco vivo, che respira, globale: tutt’altro che l’ennesima, scheletrica, reliquia da anniversario – nelle puntuali ristampe – per gli adepti del culto.

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