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Più Musica Live, la riforma che parte dal basso

Esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo” cantava profeticamente Giovanni Lindo Ferretti negli anni ’80. Un verso dal significato scomodo, così profondo e drammatico da poter essere probabilmente applicato a qualunque epoca storica. In particolare, dovrebbero tenerlo a mente gli italiani che, senza colpa o meno, stanno vivendo questo periodo. La musica, in ogni sua sfaccettatura, è da generazioni un veicolo di lotta contro l’oppressione, un antidoto contro la morte intellettuale. Le occasioni di discussione su questo argomento, inutile a dirlo, sono sempre meno. Eppure, anche se non è noto ai più, qualcosa si muove, e se ne sta parlando proprio in questi giorni nelle nostre città. Si tratta dell’iniziativa #piùmusicalive, dal 21 Settembre in giro per l’Italia con i suoi principali promotori e dal 3 Ottobre finalmente parte di un decreto legge. Per capire meglio di cosa si tratta noi di SA abbiamo partecipato all’appuntamento all’Hiroshima Mon Amour di Torino, domenica 29 Settembre.

Più Musica Live è il nome scelto per proposta “popolare” fatta al Senato all’interno di un decreto chiamato “Valore Cultura”. La sezione relativa alla musica dal vivo parte da una petizione ideata dall’architetto ed ex Assessore alla cultura del Comune di Milano Stefano Boeri, che, dopo essere stata pubblicata su Change.org e aver raccolto più di 37.000 firme, è diventata una proposta di legge presentata in Senato dal Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray, con il supporto dei giovani deputati PD Roberto Rampi e Francesca Bonomo. Per rendere più snelle le procedure di approvazione il decreto è stato smembrato in tre emendamenti che, sostanzialmente, chiedono la messa in atto di una norma che introduca una semplice autocertificazione da consegnare in Comune per eventi fino ad un massimo di 200 persone e che si sviluppino entro le ore 24.00. Tutto questo servirebbe naturalmente ad abbattere le inutili trafile burocratiche che – non solo in ambito culturale – stanno portando l’Italia ad una ridicola paralisi. Il primo emendamento del decreto, quello appunto relativo alla semplificazione burocratica, è stato subito accolto al Senato, così come l’Ordine del giorno proposto dall’Onorevole Francesca Bonomo, in cui il governo si sarebbe impegnato a rivedere, d’intesa con la SIAE, le modalità di riscossione del diritto d’autore, eventualmente in occasione del disegno di legge di stabilità, con particolare riferimento a eventi di musica dal vivo con un numero di spettatori inferiore alle 200 persone o per spettacoli a scopo di beneficenza.

Le sorti di un processo che sembrava a pochi passi da una conclusione positiva sono state messe a dura prova, per ovvi motivi conseguenti alla precaria (per usare un eufemismo) situazione del nostro Governo. Ad ogni modo, i promotori di questa “riforma popolare della musica” non si sono lasciati prendere dallo sconforto e hanno continuato a girare l’Italia con una serie di incontri dedicati al tema, carichi di speranze, voglia di fare e ospiti dal mondo della musica. Cosa che alla fine li ha premiati: il DL Valore Cultura è stato approvato in via definitiva il 03 Ottobre al Senato con 175 consensi, voto contrario di Lega Nord e astensione del M5s e potrà diventare legge entro l’8 dello stesso mese. Il decreto ha ricevuto anche una serie di critiche da chi, invece, non avrebbe voluto essere considerato. Stiamo parlando ad esempio della Scala di Milano: un altro provvedimento del DL infatti, prevede che il consiglio di amministrazione delle Fondazioni diventi “comitato di indirizzo” e che i membri si riducano a 7. Ciò che preoccupa il teatro milanese è che in questo nuovo assetto è facile prevedere una riduzione del numero di rappresentanti degli sponsor privati, mettendo così a rischio anche la motivazione di una loro sponsorizzazione. Il DL prevede, tra le altre cose, fondi per diversi scavi archeologici (in particolare quello di Pompei), per musei, tax credit per i cinema, misure per risanare i debiti delle fondazioni liriche e dei teatri e un’agevolazione per le donazioni fino a cinquemila euro in favore della cultura.

La serata all’Hiroshima inizia alle 18.00 della prima domenica piovosa della stagione. Nonostante ciò, a raccogliersi intorno al palco della Sala Majakovskij c’è un pubblico interessato ed eterogeneo, che raggiunge il locale a piedi o in autobus, così come fa in occasione dei suoi concerti. Sul palco, in quest’atmosfera da salotto fatta di poltrone e luci soffuse, il moderatore è il giornalista e condirettore del festival Traffic Alberto Campo. Assieme a lui il promotore dell’iniziativa, Stefano Boeri, Fabrizio Gargarone, direttore artistico di Hiroshima Mon Amour, l’Onorevole Francesca Bonomo, il chitarrista e produttore dei Subsonica Max Casacci (anche lui, assieme a Gargarone e Campo, condirettore di Traffic), Manuel Agnelli, Ugo Zamburru, fondatore del Caffè Basaglia e da poco presidente di ARCI Torino, e Pierfunk dei Motel Connection. Almeno sei su otto, insomma, si sentono a casa.

Ad esordire una delusa ma ancora fiduciosa Francesca Bonomo “La mia esperienza personale deriva dall’organizzazione di piccoli eventi, spesso a scopo benefico per associazioni di vario tipo. Anche per una serata di piccola entità le spese da affrontare sono moltissime, come anche le procedure per mettere tutto in regola, ed è triste sapere che fino al 50% di quello che si ricava in beneficenza finisca in tasca alla SIAE. Non è possibile che in Italia non si possa vivere della propria arte.” A seguire un encomiabile intervento di Fabrizio Gargarone che sposta il focus sul motivo per il quale ognuno di noi è qui stasera: il valore della cultura, che sempre meno viene considerato alla base delle esigenze del (e dal) cittadino. “Abbiamo così tanto perso il senso della cultura, che per la maggior parte di noi non c’è più differenza tra mangiare una pizza e andare a vedere un concerto. E tutto ciò è indicativo, nonché molto triste“. Un discorso carico di sentimento derivante dalla ventennale esperienza nello storico club torinese che prepara all’intervento altrettanto appassionato di Zamburru, che dopo averci riportato alcune sue esperienze, ci parla di musica come “anticorpi autosomministrati” contro lo strapotere di chi ci governa. “Non dobbiamo fare parlare DI NOI dai politici, siamo NOI che dobbiamo alzare la voce!” conclude passando la palla ad un Manuel Agnelli esortato da Campo a spiegare al pubblico il significato di SIAE ed ENPALS e a fare un confronto tra la situazione italiana e le sue esperienze all’estero. Domanda forse troppo tecnica per quella che è la sua figura, ma i cui punti vengono ugualmente affrontati con lucidità ed interessanti spunti tratti da storie personali. Molto stimolante il rapido intervento di Casacci, che definisce la musica come “vettore primario” (no, non è una canzone dei Subsonica) che catalizza le idee di una parte di società e che con la sua potenza può far nascere realtà nuove ed importanti per la cultura di un intero paese, che spesso nascono proprio dal basso, come nel caso del CBGB’s di New York o del BAR25 di Berlino…o ancora dei Murazzi e El Paso a Torino. “Nei luoghi dove è impossibile prevedere l’imprevedibile, l’imprevedibile è successo. Soprattutto al giorno d’oggi essere prevedibili, come ci vuole il mercato, può essere fatale”. Infine Pierfunk ci parla della sua esperienza assieme ai Motel Collection, un tour per scoprire nuove idee all’interno delle università italiane chiamato WeRevolution, che lo ha aiutato a scoprire una società con sede a Londra, ma guarda caso fondata da un giovane italiano, che si presenta come una valida alternativa alla SIAE: Soundreef. La conclusione è affidata ad uno Stefano Boeri un po’ in ritardo che ci riepiloga il perché unirsi ancora di più in questa lotta: “Io rimango ottimista. Abbiamo ottenuto risultati finora inimmaginabili e continueremo ad unire le nostre forze con occasioni di confronto come questa. Nelle città italiane ci sono tanti, troppi, spazi vuoti. Sarà bene riempirli di cultura.

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