Recensioni

6.5

La formula stilistica dei Pity Sex, nati nel 2011 nel Michigan, oscilla tra due poli, ed è condensata nell’incrocio tra vena dreamy malinconica e suono corposo ed elettrizzante, toni rudi e atmosfere sensuali, aggressività e morbidezza. E le voci, quella maschile di Brennan Greaves, fondatore del progetto, e quella femminile di Britty Drake, rispecchiano questa interazione di emozioni. L’EP d’esordio del 2012, Dark World, li aveva inseriti nell’ondata emo di numerosi gruppi statunitensi del periodo, ma dal successivo, Feast Love, l’esordio lungo, si erano scrollati di dosso la definizione per prendere in mano energia e chitarre dal rock dei Novanta, dallo shoegaze inglese, sommando accenni grunge e una passione – non dichiarata ma evidente, anche nei testi – nei confronti di Kurt Cobain e dei Nirvana.

Il percorso continua, ordinario e con poche uscite dagli schemi, anche nell’ultimo White Hot Moondove l’impegno emotional sui testi non manca e unisce esperienze personali, sofferenze e malinconie amorose, a riflessioni di natura sociale, riprendendo una critica contro la realtà contemporanea espressa nel convincente singolo Coca Cola (inserito nel disco del 2012). Qui, nell’apertura A Satisfactory World For Reasonable People, si guarda alla tecnologia come capace di rendere gli uomini più vicini ma anche distanti. L’interazione tra le voci continua ad essere il marchio di fabbrica, insieme a pervasive linee di basso, chitarre fuzzate, batteria scrosciante e cori corposi. Burden You racchiude questi elementi: la voce neutra e distaccata di Brennan, la sensibilità, tra sensuale e depresso, di Britty («Follow me home/between my sheets/And meno the burden in me»). Che rispecchia una visione del mondo giocata sugli opposti, a volte compassionevole, altre volte coperta di disprezzo (Bonhomie). 

La vena emotiva tocca l’apice in Plum, dove Britty Drake, accompagnata solo dalla chitarra (così come in Dandelion), canta di ricordi legati all’infanzia, prima di far esplodere suoni ruvidi. Scorrendo la tracklist si trovano anche momenti più pop-punk con Orange and Red e Pin A Star, e il disagio quasi heavy-rock di Wappen Beggars. Tutto è giocato sull’alternarsi delle voci, sulla sofferenza racchiusa nei testi e sull’interazione tra sonorità indie, alt-rock e strutture perlopiù pop. Viste le potenzialità messe in campo, in futuro non sarebbe azzardato aspettarsi passi in avanti notevoli.

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