Recensioni

«We sounded great! Like a proper punk band. Mick brings a huge amount of enthusiasm and livens up the room, and I thought, this is the kind of band I want to be in again». Così Justin Welch aveva benedetto l’ultimo concerto dei Lush a Manchester nel novembre del 2016 e gettato le basi per idee nuove che avevano solo bisogno di prendere forma. A rendere possibile tutto questo aveva pensato la reunion del 2015: in quel momento oltre a Miki Berenyi entrano a fare parte della band il succitato Justin Welch (ex-Elastica) e Mick Conroy, ex membro dei Modern English e dei Moose. L’ultimo tassello per rendere effettivo il passaggio da Lush a Piroshka si chiama KJ “Moose” McKillop. Dentro.
La scintilla si è accesa. Ma non chiamatelo supergruppo, sarebbe riduttivo, perché Piroshka accoglie ed elabora diversi momenti storici, diverse anime e diversi suoni, fornendo però un output avvolgente e mai spezzettato. Dal punk smussato di This Must Be Bedlam (di cui possiamo già sognare una cover di Courtney Barnett) si passa agevolmente alle ballerecce Never Enough e Run for Your Life e, con la stessa facilità, si torna su terreni toccati dai Supergrass o dai Dubstar (Heartbeats, Everlasting Yours). Poco importa se il reminder è sempre dietro l’angolo, poiché in Brickbat nulla risulta forzato o, peggio, clonato.
Un ciclo che si conclude (Lush) porta a qualcosa di nuovo e lo fa senza l’assillo di sapere già dove si arriverà. Il progetto Piroshka poggia, oltre che sulla indiscussa qualità dei singoli, su una solida idea di movimento continuo che rende le dieci tracce smaglianti. Non è un caso che sia lo stesso Conroy a confermare questa istanza: «We didn’t want Piroshka to sound anything like any of our old bands. When Miki sings, you can’t get away from Lush, but for me, we sound like four people exploring and having fun, knuckling ideas into shape, trying to make them sound new and different». Brickbat è un disco ispiratissimo e mosso dalla più genuina voglia di comporre nel modo più naturale possibile. Una grande lezione di stile in un contesto storico dove tutto è ipercostruito e votato al mercato.
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