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8.5

Sono da poco passate le tre di un assolato pomeriggio di marzo quando, dai microfoni di Per voi giovani, la voce di Raffaele Cascone diffonde, come un prete col turibolo dell’incenso, il sound di un Mediterraneo ribelle, di un Vesuvio che si sposta a ritmo di jazz, funk e blues: in principio fu il Neapolitan Power, quella storia che si muove sotto le viscere di Napoli. Stanno per finire gli anni settanta, e la musica sta diventando sempre più la lente da cui leggere e osservare i cambiamenti di questa città complessa e potente.

A passeggio per le vie, sembra di incontrare un’umanità indenne alla teoria dei corsi e ricorsi: i cambi di luce, gli squarci che ricordano i vedutisti, chi popola quelle strade conserva preciso l’aspetto degli avi. E, nei segreti dei loro gesti, scopriamo nuovi corpi che si muovono a dispetto del tempo. Come le signore che affollano i minuscoli terrazzi condominiali, con le vestaglie fiorite, e i panni stesi ad asciugare, sempre in fermento, mai in attesa. A Napoli nessuno aspetta niente, tutti dicono, tutti fanno, tutti si arrabbiano. E nel frattempo ballano, e cantano, nel groviglio appassionato che vede le canzoni entrare nella vita delle persone e queste ultime trasformarsi in accordi, armonie, fervore sonoro. Tutto questo lo si può ritrovare in una puntata della trasmissione televisiva Grandangolo andata in onda per la Rai nel 1979: c’è anche uno scarruffato musicista che rilascia un’intervista a Giuseppe Marrazzo.

Il ritmo di Napoli, con le movenze ubriache, i bassi misterici, i cantori rivoluzionari, viene così narrato da un giovane Pino Daniele, sul ciglio della strada che porta alla tangenziale verso via Cilea, con gli ecomostri sullo sfondo dell’abusivismo edilizio. A ruota libera su temi sociali, e sulle radici del suo rapporto ombelicale con la musica blues, cantando la Napoli dei pregiudizi, confessa: “Il blues è in fin dei conti la ribellione a questi continui soprusi da parte della gente che odia i negri, odia la gente di colore. E possiamo dire che c’è una relazione fra i negri e noi, praticamente. C’è ancora purtroppo questa rivalità, questo… diciamo razzismo nei confronti dei meridionali, perché lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è. Ed è proprio questo che bisogna abbattere, queste barriere verso questi napoletani, verso questi terroni che continuano a essere, diciamo così, incivili. Ma bisogna andare in fondo alle cose per capire esattamente perché uno è incivile”. Pino vive con grande rabbia questa esclusione sociale che divide il Belpaese in padroni intellettuali e schiavi ladroni, fra un Nord industrializzato e pulito, e un Sud considerato ancora incivile e nemico di se stesso.

Solo un anno dopo quell’intervista, Daniele pubblica Nero a metà, il disco che lo consacra definitivamente, un compendio di naturalezza espressiva e groove -‘o rit’m – qualcosa che rimane nel sangue. Un intero Paese, resosi conto dell’immenso talento – e della capacità di narrare il presente – che alberga in questo ragazzone con la faccia da Scaramuccia, lo premia con 300.000 copie vendute, uno dei dischi più popolari in quel 1980. La città di Totò inizia a liberarsi dalla tradizione, dando vita a una scena musicale in cui il dialetto oltre ad acquistare un proprio spazio, in anni di forte regresso sociolinguistico, si vede riconosciuta una potenzialità espressiva e ritmica, capace di scriverne i contorni grazie all’uso di parole tronche che vestono i brani di un rinnovato potere armonico oltre ad assumere una connotazione spontanea. Il dialetto si fa anche gergo, mescolandosi non solo all’italiano ma anche all’inglese creando un contrasto tanto forte quanto intrigante. Napoli vive molto intensamente la dimensione dialettale riuscendo a coniugare il costume degli antichi padri della sceneggiata con il dizionario della fenomenologia neomelodica. Quando entra la voce di Pino sembra portarsi dietro la sua stessa eco in un moto lirico che sa farsi anche aggressivo e imprevedibile introducendoci al suo unico blues.

Dedicato a Mario Musella (voce e basso degli Showmen, e vero nero a metà con madre napoletana e padre cherokee), scomparso poco prima dell’uscita del disco, il terzo album di Daniele riesce in modo mirabile, data la sua spinta multiculturale, a dispiegare un progetto artistico che si colloca a metà strada tra la classica canzone d’autore italiana e il vero blues. Da tale fusione, scevra di folklorismi sterili, emerge la voglia di riscatto nei confronti di una terra verso cui nutrire amore e odio. “Io la amo e la odio questa città. Napoli è piena di stress e di un ritmo che ti porta alla pazzia”, confessava in quell’intervista a Marrazzo, una dicotomia che genera frustante insofferenza.

Nel 1993 lo storico Paul Girloy avrebbe scritto che “il linguaggio, i simboli e le canzoni delle lotte per la libertà dei neri del nuovo mondo condizionano i sogni di libertà rivendicata dai popoli oppressi anche in posti lontani dalle loro origini”. L’identità nera si muove sempre su una doppia coscienza che va a inglobare e rendere partecipe quei ‘’fratelli’’ al di là dell’Oceano. Ed è questo che sta facendo il Neapolitan Power, spezzando le liriche romantiche della tradizione classica con un linguaggio nuovo, capace di unire sofferenze e ingiustizie lontane. E se questo movimento santifica laicamente lo spirito multiforme delle origini, Daniele suggerisce che c’è anche un altro mondo da scoprire, un oltre che diviene altro e che potrebbe incuriosire e ammaliare anche chi campa sui luoghi comuni.

Nero a metà nasce in questo fermento storico e sociale, respira l’insoddisfazione e la sete di riscatto di un artista ancora insicuro della propria voce, costantemente attaccato alla chitarra, quasi fosse uno scudo (o un mitra a tracolla come compare in copertina); Pino è cresciuto nei quartieri popolari, al terzo piano di un vecchio palazzo tra le stradine di S. Maria Nova, le Poste e l’Istituto l’Orientale, conosce la rabbia e la malinconia degli ultimi, e porta avanti la poetica della resistenza, improntata alla difesa della libertà, nelle piccole come nelle grandi cose della vita. La musica, presenza costante, sembra la salvezza soprattutto di fronte allo smarrimento della propria identità. Perché Pino, alla fine degli anni ’70, sta per diventare assistente di volo; ha un colloquio con Alitalia quando decide che ‘o ritmo è più importante, e un po’ di quella felicità che tutti cerchiamo, lui sa bene dove trovarla. Non certo su un aereo.

In un momento in cui i cantautori erano anche intellettuali e politici, Daniele fa una scelta “di pancia”, ricacciando una prosa barocca per inseguire una lingua che sia davvero per tutti, che unisca città e campagne, vecchi e giovani, in una continuità culturale affine alla tradizione blues che arriva dall’America di Alan Lomax, l’uomo che registrò il mondo, consapevole come Pino, del significato democratico della musica popolare.

Nero a metà fa incontrare la lava del Vesuvio con i fiumi lenti del Mississipi, in uno spirito fraterno e solidale fra musicisti, coinvolti nella lezione d’arte impartita da quel talentuoso chitarrista in cabina di comando: al basso Gigi de Rienzo in tandem con Aldo Mercurio, alle tastiere Ernesto Vitolo, alle percussioni Mauro Spina, Agostino Marangolo e Tony Cercola con lo zampino di Karl Potter alle conga, al sax tenore l’eroico James Senese, all’armonica Bruno de Filippi, ai cori un giovane Enzo Avitabile.

Lo splendido prologo di questa storia I say i’ sto ccà, un blues minore che seduce con note funky e testo in anglo-napoletano. Un inno rabbioso che tenta di mettere ordine in mezzo a “tutto sto burdello che ca cè sta”, sostenuto dal suono dirompente dell’armonica, quasi dovesse iniziare un conflitto tra note. Note che sanno farsi travolgere dall’incedere ruvido di una dichiarazione d’amore (e d’intenti) come avviene in Musica musica, funk dal brio coinvolgente con un folle assolo di batteria e un attacco diretto alla casta politica, “adesso vuoi una sedia ma un sedia elettorale”, contro la quale continuare a opporsi con la musica, qui arma di difesa.

La grazia e la potenza che contraddistinguono l’arte di Daniele trovano un approdo felicissimo in Quanno chiove, ballata in napoletano, per chitarra e sassofono (l’armonia bizantina nell’assolo di Senese resta una delle vette più alte della tradizione); la pulsazione di una malinconia analogica ed eterna, qualcosa che non potrà mai suonare schiavo del tempo. Un’impressione più che una canzone, che smuove a ogni ascolto, nel suo essere sognante e terrena, e con un inciso “e aspietta che chiove l’acqua te ‘nfonne e va tanto l’aria s’adda cagna’” che sembra teneramente rendere omaggio al De Filippo di “adda passa’ ‘a nuttata”. Quant’è struggente la catarsi liberatoria di un brano che celebra la rinascita, il cambiare se stessi, il mescolare il proprio vissuto a quello di altri. Si attende l’acqua, portatrice di purezza e rinascita, ad aspettare che la forma delle cose cambi dopo il passaggio di una pioggia salvifica, un fantasma risolutore e rivelatore mentre il groove spazzolato della batteria incornicia un pezzo di storia della musica italiana. Daniele leviga i brani tra arpeggi e sonorità più etniche e mediterranee con un andamento quasi sassofonistico del fraseggio chitarristico.

E decide di dipingere un immaginario che appare insolito per la città sempre pervasa dalla luce del sole (non a caso elemento che chiude il disco), regalando uno squarcio malinconico delle ore più illusorie, pronti a fare i conti, sulla soglia di un giorno nuovo, con l’ennesimo guaio. Come quello che, nel blues-rock urbano di Puozze passà nu guaio, esperimento pseudo-reggae, compare sotto le vesti di una dipendenza che attanaglia assolutizzante, o, più superficialmente, sotto le vesti dell’amata che è fuggita via, lasciando dietro di sé una solo dolore. Lo stesso, forse, che investe il lamento armonioso di Voglio di più, fotografia color seppia di tutte le contraddizioni di una città che troppo spesso non si cura del proprio futuro. La chitarra di Daniele assume una voce, un tono, una cadenza, è come se piangesse. Un confessionale intenso per un ragazzo di 25 anni che, in quel Sud dove il caldo t’ammazza, ha visto “morire bambini nati sotto un accento sbagliato”. E con quel suo cantato tachicardico, quasi afono, trova la narrazione perfetta per raccontare un mondo che, citando Vittorini, si potrebbe riassumere laconicamente in uomini e no. Lo stesso no che Daniele si dice sempre pronto a rimarcare, continuando a cercare il meglio, per se stesso e per la città: “Ma voglio di più di quello che vedi, voglio di più di questi anni amari, sai che non striscerò per farmi valere, vivrò così cercando un senso anche per te”. C’è l’orgoglio e la rabbia, il dolore e l’agitazione in questo maestoso blues del Vesuvio. E la bocca del cratere assieme ai borbottii delle sue viscere sembra fissare il suono di un Mediterraneo che palesa tutta la propria ricchezza. Con Appocundria i profumi latini incontrano il respiro della tradizione popolare – tra percussioni tarantellate e chitarra flamenco – per un brano in dialetto che traccia l’immortalità e l’universalità della lingua napoletana. Un moto dell’animo, una sensazione di mancanza che potrebbe essere sorella del duende di Garcia Lorca o della saudade dei portoghesi, quell’attimo inesplicabile di vuoto e potere, un mistero che tutti sentiamo e nessuno è ancora riuscito ad analizzare compiutamente. La stessa “appucundria che ssaglie” cantata, 40 anni dopo dai Nu Guinea in una operazione di melting pot e groove impeccabile, e che nel 2015 ha fatto il suo ingresso nell’enciclopedia Treccani.

E il dialetto torna nel manifesto di A me me piace ‘o blues, un blues muscolare debordante e programmatico, in pieno stile B.B. King, ballabilissimo grazie a sonorità più funky; una boutade che in virtù della propria natura scherzosa, può dire tutto. Qui la musica si trasforma in valvola di sfogo, una liberazione che esorta a resistere. Daniele dirà che il brano racconta anche “l’attitudine a cercare e trovare d’istinto sempre e comunque il proprio tornaconto, dai grandi affari o business fino alle schermaglie meschine per chi deve pagare il pranzo o il caffè”, la cazzimma insomma. Quella che può servire a sopravvivere, soprattutto quando manca l’amore, quel potere sacro che Pino riesce a invocare anche con un filo di voce tanta è il magma che si muove in quel cuore pazzo; come nella rumba languida di E so’ cuntento ‘e sta’ che profuma di bossa, mare e ammaliante innocenza. La tenerezza investe anche Alleria, ballata in cui pianoforte e basso dipingono una promenade espressionista di colori e umori votati alla nostalgia crooner di un sentimento perduto. Accanto alla dolcezza più commovente e mai leziosa, Daniele sa essere estremamente corrosivo, maestro di ironia e satira: è il caso del blues mississipiano Nun me scoccia’, filippica contro moralisti e intellettualoidi privi di concretezza, che vive di una linea armonica classica sostenuta però da un cantato sovversivo. È inoltre il brano in cui troviamo la talk box, strumento – scoperto grazie a Peter Frampton – per il quale aveva letteralmente perso la testa facendoselo arrivare dall’Inghilterra (su questo strumento nel 1978 aveva basato la creatura Alex Thoromp, giacca da indiano e cappello da cowboy, alter ego un po’ Santana dei Quartieri Spagnoli, progetto che non convinse mai i discografici e resta vivo nella memoria di chi quegli anni li ha vissuti accanto a Pino).

In direzione d’arrivo si tirano le somme, lo si fa A testa in giù, consapevoli di poche cose, insoddisfatti di troppe. Ma con quella rivelazione funky “e tutta la tua vita sai di essere un nero a metà”, Pino ha già detto tutto con voce pulsante e creativa. Il rifugio sicuro lo si trova Sotto ‘o sole, capace di celebrare l’arte dell’incontro, tra bossanova e jazz, guardando a quel Sud che vuol dire anche samba, rumba, salsa. È sempre così con Daniele, un occhio a Napoli e uno al resto del mondo. A quella world music che qualche anno più tardi Peter Gabriel diffonderà con successo, assieme all’idea di scavare a fondo nella memoria dialettale e quasi filologica della tradizione: basti pensare a De Andrè che nel 1984 pubblica Crêuza de mä, ispirato proprio da questi venti multiculturali, dai porti, semanticamente, sempre aperti. Un porto in cui Pino Daniele aveva messo gli ormeggi prima di tutti.

Senza mutilare le proprie radici, Nero a metà affronta le sfide del futuro, ponendosi costantemente in uno stato di confronto, con quell’approccio glocal, a metà strada tra il Vesuvio e Chicago. Daniele smaschera le contraddizioni di una terra tanto affascinante quanto deturpata, sospesa tra l’Atlantico e il Mediterraneo. O’ guaglione d’ò blues svecchia la canzone napoletana come nessuno mai, vivendo lo stesso smarrimento di fronte alla realtà che coglie ogni generazione della Storia, con il candore di un uomo che trionfa nel mettere giù parole con la stesso ritmo con cui respira, la distorsione meticcia che crea e governa le emozioni. Questa è una storia che attraversa il tempo senza mai perdersi e dove Napoli diventa uno spazio all’interno del quale mescolare disincanto, sopravvivenza, radici ed espatrio, fierezza e contaminazione.

La scia dei pomeriggi primaverili trascolora ormai senza sosta mentre Pino svolta in un vicolo cieco e in salita, tre lampioni brillano fiochi. La chitarra in spalla, i calli alle dita, l’inseparabile giubbotto di renna, il passo sicuro di chi conosce quei bassi, e svanisce sotto l’arco barocco di un palazzo, mentre la qualità della storia e la qualità del tempo di questo giovane uomo finiscono con il coincidere.

E sona mo’.

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