Recensioni

6.1

Arriva anche per il progetto Phosphorescent il passaggio ormai obbligato attraverso l’autocelebrazione, un vizio di completismo che il moderno mercato discografico accoglie sempre più volentieri, sebbene con modesti ritorni economici. Registrate durante le quattro performance che la band ha tenuto nella Music Hall di Williamsburg, queste 19 tracce rappresentano una sorta di best in presa diretta che attraversa il meglio della produzione di Matthew Houck & Co. Oltre un’ora e mezza di musica, suddivisa in ben tre vinili, per riascoltare i brani a cui i fan dei Phosphorescent sono più affezionati, calibrati alla perfezione sulle lunghezze d’onda adeguate ad un pubblico di appassionati.

Equilibrato nel suono, arricchito da qualche virtuosismo e chiaramente focalizzato sugli intrecci di chitarra e batteria, l’album mette in primo piano la voce del frontman e insiste sulle dinamiche tipiche del rock classico americano miscelato al folk dell’ultima generazione. A stridere, però, è una sorta di immobilismo dei brani, ormai talmente rodati da sembrare calligrafici e poco irruenti. Fa eccezione, ad esempio, Song For Zula, uno dei pezzi più pop ma anche di maggior trasporto emotivo, in cui synth e violino creano interazioni meno ovvie rispetto a molti dei brani proposti nel live. In posizione decisamente opposta si colloca Wolves, esecuzione per sola voce e chitarra tanto efficace quanto didascalica, perfetto esempio di bilico fra pulizia dell’esecuzione e omologazione di un suono fin troppo abusato.

Ma anche questo ormai va bene, ed ecco un nuovo titolo a riempire gli scaffali (più virtuali che reali) degli store internazionali, dove le differenze fra ristampe, versioni rimasterizzate, live commemorativi e raccolte di outtake si fanno sempre più sottili.

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