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7.5

Alla data di febbraio 1981, tutto si può dire di Phil Collins tranne che non sia un musicista eclettico di enorme talento: voglioso di provare e rischiare quasi tutto come batterista, imprevisto lead vocalist di ottimo livello, perfino indirizzato alla scrittura di brani che a breve lo porteranno a incidere canzoni capaci di cambiare il modo e il mondo della registrazione.

Quando i Genesis erano diventati per definizione “la band di Peter Gabriel”, al cui abbandono i bookmakers davano il crollo verticale a una quota di poco superiore alla pari, l’uomo delle retrovie si è piazzato al centro dei riflettori per condurre la rinomata sigla a un livello di popolarità e successo superiori agli anni con mr. Fox Head al microfono, che critici e nostalgici compatti giuravano essere le colonne d’Ercole per il gruppo.

E il partito di Tony Banks se ne faccia una ragione: lo sappiamo chi è sempre stato il motore dei Genesis, ma quando Red Bull, Mercedes o Ferrari sfrecciano in gara, i fan slumano la filante struttura di carbonio, mentre una volta tagliato il traguardo i rappresentanti dei media fanno la fila per intervistare il pilota, in attesa delle dichiarazioni del team principal. Nessuno manda cameraman a rovistare sotto il cofano e giornalisti per raccontare quanto è fumante e arroventato un V6 sei cilindri a fine corsa.

In definitiva, Tony Banks è rimasto al suo posto continuando a fare quello che ha sempre fatto (bene), mentre Collins è stato mandato all’assalto – dalla protettiva trincea dei tamburi – per affrontare il mondo (la critica accreditata e i tanti orfani di Gabriel) giocandosi tutto: uno scivolone avrebbe vanificato non solo l’intero lavoro passato e cancellato il futuro dei Genesis, ma il suo stesso avvenire, appesantito da tale macchia, sarebbe stato una incognita. Perché se è vero che al frontman vanno le urla di approvazione e si lanciano reggiseni, è altrettanto certo che le cose avessero preso la piega sbagliata, il capro espiatorio sarebbe stato uno e uno solo: il piccolo batterista distratto dalle molteplici collaborazioni, il cantante improvvisato, lo showman un po’ troppo leggero per una band dall’aura colta come i Genesis .

Collins viene promosso in una sola stagione dall’ultima alla prima fila, e in cinque anni e cinque dischi (compreso il live Seconds Out) accompagna i Genesis al primo posto delle classifiche: con la sua voce, grazie alla sua immagine e al suo modo di interpretare il ruolo che da potenziale difetto si rivela il più grande vantaggio: passando di mano dal cervellotico tessitore di trame oscure al gioviale intrattenitore di immediata interpretazione, i Genesis ora fanno meno paura alla critica di massa e alla massa stessa – perché Tony Banks è lì dov’è sempre stato, ma chiunque altro messo a cantare al posto di Collins, per quanto capace, sarebbe stato tutta un’altra storia (che …Calling All Stations… dimostra in ogni momento).

Cinque anni e cinque dischi nei quali il batterista comincia ad affinare abilità latenti, fino a inserire in Duke (1980) un paio di canzoni da lui solo firmate: Misunderstanding uscita come singolo e Please Don’t Ask, che non a caso hanno i germi delle hit – e sono esempio del passaggio dalle citazioni alte, Romeo and Juliet di Cinema Show, al linguaggio basico dei dolori di cuore dell’amore di tutti – che lastricheranno di dischi d’oro la lunga strada del Collins solista.

Dopo aver contribuito a delineare uno degli Arcani maggiori dei tarocchi del Prog rock, svoltato a “U” in direzione jazz-rock (Brand X), essere stato invitato nei salotti buoni della intellighenzia rock – Brian Eno, Robert Fripp, John Cale, e lo stesso Gabriel… –, Collins si ritira a meditare sul proprio matrimonio andato in frantumi per ricavarne una sorta di cabinet of curiosities sonoro dall’intento confessionale/espiatorio: una parata di brani che affondano in generi e idiomi diversi, talvolta agli antipodi, approntati in modo scarno rispetto all’opulenza di casa-Genesis, quel genere di resoconto tra amici intimi che dalle lacrime portano in una battuta al sorriso e viceversa, sillabati all’insegna di un rapporto diretto, immediato, sincero, con chi si mettesse in ascolto allo stesso modo.

La prima delle quali, le curiosities, si presenta con le sembianza del singolo che anticipa il long playing e coglie tutti di sorpresa. In The Air Tonight esce il 9 gennaio 1981 e si abbatte sulle classifiche di tutto il mondo come uno tsunami: il risultato peggiore lo ottiene negli USA dove si piazza solo – si fa per dire – al n° 19 della Hot 100 di Billboard (ma al n°. 2 secondo Rock Tracks Chart: traguardo da 500.000 copie per un risultato complessivo di 3 milioni di copie vendute e 3 Dischi di Platino in saccoccia a Collins). Quando non raggiunge il n° 1 o il podio, in The Air Tonight rientra sempre nella Top 10.

Phil Collins
Phil Collins, still dal video “In The Air Tonight”

Ma la cosa fuori dal comune, sentore che accompagna l’intera carriera di Collins, è che il brano è privo – così come l’immagine di Phil Collins maturo e stempiato non è quella del hit maker – di tutti i crismi del brano da classifica, figuriamoci da n° 1: il ritmo diffidente della prima metà dettato dalla drum machine, una chitarra elettrica distorta che emette gemiti da bestia ferita, niente alternarsi strofa/ritornello ma una tastiera che aleggia cupa come un cielo londinese grigio piombo su parole angosciate per buona parte dell’esecuzione, per label manager e programmatori radio sono come pallottole d’argento dritte tra gli occhi di un lupo mannaro. Non fosse abbastanza, c’è poi quella figura di batteria che arriva, improvvisa, con la forza d’urto dell’asteroide caduto su Tunguska: roba da coronarie forti.

Ma sono gli anni di MTV, dei video capaci di tirare la volata in classifica a brani mediocri se non addirittura brutti. Può essere questo il caso In The Air Tonight? La risposta è no, nemmeno per idea: in un clima tra haunted house ed esperienza post-mortem, più da trailer di un film di M. Night Shyamalan, che all’epoca aveva 10 anni, che da MTV favourite, la clip di In The Air Tonight non è certo più accattivante, in termini di facilità, né di quella felicità beata e beota che attraversa mediamente i brani da classifica rendendoli indistinguibili dagli spot commerciali, di quanto fa il brano. Un brano che parla di rabbia, dolore, frustrazione, e in tale clima macera nelle sue tre dimensioni: musica, parole, immagini. Se vi viene in mente un altro numero 1 in classifica di questo genere, così anomalo, tanto svincolato dalle formulette pseudo-vincenti degli strateghi da scrivania del pop, telefonate al nostro numero verde, vi aspetta un premio.

La batteria dicevo: deflagrante come mai in precedenza, è il risultato del lavoro di concerto tra Collins che co-produce e Hugh Padgham, binomio che aveva posto le basi del suono di In The Air Tonight l’anno precedente, durante la registrazione di III, terzo disco di Peter Gabriel. Se volete una spiegazione tecnica, secondo le parole di Padgham “il suono passava attraverso il famoso ‘microfono d’ascolto’ della console SSL (il mixer Solid State Logic SL 4000: nda), sulla quale c’era un enorme compressore perché l’idea era di appendere un microfono al centro dello studio e sentire qualcuno che parlava dall’altra parte. È successo che un giorno l’abbiamo acceso mentre Phil stava suonando la batteria. Poi ho avuto l’idea di reinserirlo nella console e di attivare il noise gate, in modo che quando smettesse di suonare risucchiasse il grande suono della stanza nel nulla”.

Se non risulta troppo chiaro a chi è digiuno di tecnicismi, il processo si spiega più facilmente se dalla teoria passate alla pratica sistemando sul giradischi Face Value, che inizia proprio con In The Air Tonight, e accendendo l’impianto stereo: avete circa 3’40” di rarefatta elettronica new-wave per accomodarvi in poltrona o su una sedia coi braccioli da afferrare saldamente, dopodiché… capirete perché la batteria di un disco rock da quel 9 gennaio non ha più suonato come prima.

Ma poiché Face Value è un grande disco, le sorprese non finiscono al primo brano e con un solo brano. Chi si aspettava che un distillato purissimo di west coast/country (con tanto di banjo di Eric Clapton e slide di Joe Pardtridge) come The Roof Is Leaking potesse sfociare, tra il canto dei grilli, nel trascendente raga indiano di Droned? Chi avrebbe mai previsto la rivisitazione in chiave funky – eresia!, spilloni in faccia al pupazzetto voodoo di Tony Banks – di Behind The Lines dei Genesis (Duke), o la versione ummagumma di Tomorrow Never Knows dei Beatles, con un accenno sul finale a Over The Rainbow da Il mago di Oz (tributo a John Lennon ucciso da poco)?

E chi mai avrebbe scommesso un nichelino sulla ipotesi che il pianoforte suonato dallo stesso Collins (insieme a sintetizzatori e Fender Rhodes) sarebbe risultato non meno importante, lungo il corso del disco, della sua batteria?

Per non dire della trovata di Hand In Hand, nella quale il coro di bambini Children From The Church’s Of Los Angeles è cucito sugli ottoni di Don Myrick, Louis Satterfield, Michael Harris e Rahmlee Michael Davis; delle confessionali This Must Be Love e If Leaving Me Is Easy, una serena e pacificatoria l’altra tormentata e sofferente; della toccante e orchestrata You Know What I Mean nella quale Collins esprime contemporaneamente un desiderio e un dubbio, “I wish I could write a love song”, la cui risposta che gli diamo non può che essere rassicurante: lo sai fare Phil, alla grande.

Ma ci sono anche momenti di ripresa e segnali di ottimismo, sparsi intorno da Thunder And Lightning, quarto singolo estratto dall’album, e dal gioiellino pop di I’m Not Moving eseguito in completa autarchia, che solca la scia di certe canzoncine a presa rapida di Sir, Order Of The British Empire, James Paul McCartney.

Disco sorprendente Face Value, variegato, relativamente immediato e comprensibile come relativamente complesso e innovativo (In The Air Tonight che Collins aveva proposto ai Genesis lo è indubbiamente), godibile per chiunque ma difficile da osteggiare – se sinceri – dai più esigenti. Un disco per tutti, nell’accezione positiva, perché tutti possono trovarci motivo di piacere, intrattenimento, immedesimazione. Di certo, sincero nelle parole, nell’intento, nel modo di porsi all’ascoltatore. Non serve dire altro, stare qui a fare numeri: il disco è ricoperto di oro e di platino nella quantità che i conquistadores trovarono in Sud America. Un dettaglio che non influisce sul risultato artistico di Face Value.

Alla data di poco prima della metà di febbraio 1981, si poteva dire di Phil Collins che aveva messo in carreggiata i Genesis così solidamente come mai era stato in precedenza. Dal 13 dello stesso mese il musicista non era più uno dei Genesis ma diventava Phil Collins: cantante, batterista, autore pluripremiato (tra i trofei anche un Oscar), produttore, attore, scrittore (non solo della autobiografia ma anche di attendibile saggistica sugli avvenimenti storici di Fort Alamo, Texas). E solo nei tempi di pausa uno dei Genesis, secondo i media che si occupano di musica e milioni di fan (r)aggiunti da Abacab in poi, “la band di Phil Collins”.

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