Recensioni

La voce di Peter Hammill è un genere a parte, tanto è capace di caratterizzare e determinare la rotta di una canzone. E non parliamo certo di canzonette. Nulla di strano quindi che oggi l'ultrasessantenne londinese dedichi alla propria ars canora un vero e proprio monumento in guisa di doppio album live. Lo fa presentandola in flagranza di reato, due tipi di nudità diversa, una voce-piano (il primo volume, intitolato What if I forgot my guitar?) e l'altra voce-chitarra (il secondo dischetto, What if there were no piano?).
Ventisette le tracce complessive, incise durante i tour del 2010, suonate con l'espressività brusca del caso (Hammill non è certo uno strumentista virtuoso) e cantate senza rete, stecche e mezze stecche incluse. Non c'è molto da aggiungere se non che la parte chitarristica si fa apprezzare di più, in particolare con l'intenso romanticismo di Amnesiac, Central Hotel e I Will Find You. Vale invece la pena rilevare come gli ottantotto tasti pongano in evidenza il sottofondo cabarettistico, la nevrastenia teatrale a fondamento delle impalcature epiche e visionarie del Nostro.
In ogni caso, si tratta di una testimonianza impressionante circa la vitalità del frontman dei Van Der Graaf Generator, che non mancherà di gratificare gli inveterati fan. Tutti gli altri potranno semplicemente prenderne atto o lasciare perdere.
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