Recensioni

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Sasha Perera abbandona per un attimo le istanze bass-dub-breakbeat del gruppo madre Jahcoozi e le esperienze da DJ (Mother Perera), per tuffarsi senza remore nel primo disco solista della carriera. Le cose cambiano e non poco rispetto al passato, se è vero che Everlast – licenziato sotto il moniker Perera Elsewhere, un’associazione di termini che, a sentire la diretta interessata, “suona grandiosa in italiano” – raccoglie dodici brani spettrali e minimalisti. Tutto il disco ruota attorno alla voce riverberata della Perera e somma certi Morcheeba fuori fuoco (Drunk Man) a chitarre acustiche al confine col trip-hop (Bizarre), briciole di elettronica morbida (Shady) a sussurri al pianoforte (Light Bulb), derive etnico-indigene (Ebora) a certi Portishead decontestualizzati (Dreamt That Dream).

Potremmo definirlo un blues millenario e al tempo stesso robotico, corrispettivo del progetto estetico che coinvolge la musicista, quest’ultima nelle mani dello stilista tedesco Hugo Holger Schneider e dei suoi abiti in bilico tra etnico, M.I.A., “truzzo” anni ’80, digitale, patchwork multietnico e chi più ne ha più ne metta (date un’occhiata alle foto). “Voglio che la mia immagine sia futurista ma anche con un senso della Storia”, dice lei, e l’assunto si riverbera inevitabilmente anche nella musica. Un melting pot urbano (prima Londra poi Berlino, città in cui la musicista risiede al momento) di epoche e zone geografiche diverse (l’artista stessa ha radici nello Sri Lanka) che ha come denominatore comune il gusto per l’imperfezione, un certo-lo-fi ricercato, un’affezione per le associazioni stilistiche strampalate; fuor di metafora, il mood fumato e ricercatamente ruspante di un Gonjasufi non a caso presente nei crediti di Giddy (e, idealmente, non solo in quelli).

Disco laterale e periferico, ma assolutamente vivo.

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