Recensioni

Al netto di tutto l’hype che da mesi si avverte intorno al nuovo disco dei Peaking Lights, il fascino dell’operazione Lucifer è di una qualità più subdola rispetto al precedente 936. Li c’era lo scarto rispetto ai mezzi spartani dell’esordio, quel cavalcare l’onda hypna-glo, che di fatto traghettava la stessa Not Not Fun dai lidi weird-psych degli esordi alla nuova fase di rilettura cool degli eighties, destando non a caso l’attenzione di Reynolds e The Wire. Il segreto di Lucifer sta quindi nella serie di mixtape che la coppia Dunis / Royes ha diffuso tramite il sito Lucifer.fm. 4 assemblaggi che spaziano dalla dance posticcia degli ’80, al kraut teutonico dei ’70, passando per una girandola delirante di riferimenti. Soprattutto con il terzo dei quattro mix, i due frullano genialmente nerboruti ancheggiamenti funk, lussuriose danze mediorientali, hit soul pop anni ’70, anfetaminici groove hip hop, e molto altro ancora…
A rigor di logica, non siamo molto distanti da un Daniel Lopatin che che riprende clip televisivi e radiofonici del passato e li riassembla, e con le dovute differenze siamo vicini al modus operandi degli archivisti di library music che è poi quello portato in auge dai tipi della Ghost Box. I Peaking Lights di contro ci mettono un atteggiamento ancora più pulp. Non a caso i mixtape settano il terreno per il nuovo disco, nascondendo tra le pieghe delle misteriose tracklist, altrettante tracce inedite del nuovo disco, quasi a denunciare la natura fuori dal tempo di cui è fatta questa musica. Rispetto a 936 il crossover leggero come una brezza estiva che li contraddistingue si muove in scioltezza verso il pilota automatico. In brani come Beautiful Son e Live Love i due hanno gioco facile nell’assemblaggio creativo di chitarrine effettate modello hawaiano, ritmiche sintetiche, rotondità summer pop e vocalizzi svagati che sembrano presi in prestito da Trish Keenan. Altrove la metodologia dub si avverte in modo più evidente, li dove in brani come Cosmic Tides, Midnight (In the Valley of Shadows) o Lo Hi si gioca con evidente soddisfazione all’incastro con il basso funk.
Quella dei Peaking Lights è una musica dove tutto è finto, dove tutto arriva già processato e rielaborato alla fonte. Più che hauntologico secondo la dizione di David Keenan il suono dei due è invero “antologico” nel senso etimologico del termine. Da qui la sensazione a fine disco che più che come musicisti tout court i due potrebbero fare faville come curatori di trasmissioni radiofoniche pescando da una raccolta pressoché infinita di rarità, gemme nascoste e hit perdute per un pubblico sempre più vorace di voci ed echi provenienti dal passato.
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