Recensioni

Con questa fanno tre volte che Patti Smith è artisticamente rinata dopo un'eclissi di circa otto anni. Capitò nel 1988 con quel Dream Of Life che gli regalò il clamoroso successo di People Have The Power dopo il buen retiro dedicato al menage familiare. Capitò nel 1996 con Gone Again, guizzo vitalistico e rabbioso a compensare (molto) parzialmente la tragica perdita del marito Fred "Sonic" Smith. Capita oggi appunto otto anni dopo il solo discreto Trampin', non contando la raccolta di cover Twelve che nel 2007 ci aveva semmai fatto sospettare un irreversibile inaridimento della vena. Se la comparsata a Sanremo di spalla – si fa per dire – ai Marlene Kuntz non aveva innescato certo aspettative più rosee, l'ascolto di Banga – undicesimo album in carriera – si rivela invece una piacevole sorpresa.
Disco lontanissimo dal sacro furore della tetralogia dei 70's, certo, ma sostenerlo significa coglierne la principale qualità, perché pare proprio che la sessantaseienne chicagoana abbia finito di fare i conti con quei formidabili precedenti per approdare ad un dorato equilibrio tra lirismo e immediatezza, tra energia ed essenzialità. Libera quindi di non dover ricorrere alla grossolana frenesia elettrica del periodo a cavallo tra 90's e anni Zero, sorta di tardiva infatuazione grunge liberamente interpretabile come una cortina fumogena dietro cui mascherare il fisiologico imbolsimento. Oggi la Smith – aiutata in fase di produzione dalla fidata band con a capo lo storico sodale Lenny Kaye – suona con la rilassata intensità del Tom Petty maturo, con quella capacità cioè di apparire accomodante senza smettere di sembrare rock. Le ballate hanno il passo dinoccolato e acidulo (dalle nuances balcaniche di Mosaic al caracollare struggente di Maria), i folk giocano su mezzitoni cameristici (la solenne Seneca) oppure si spampanano con astrazioni jazz-psych (vedi Tarkovsky The Second Stop is Jupiter, morbida tensione Nick Cave tra fatamorgane Jefferson Airplane), mentre le zampate elettriche smazzano tensione ieratica (Fuji-san, pensando alle vittime del terremoto/tsunami giapponese) e strascichi blues-wave (la title track) ammiccando distorsioni quasi industrial senza perdere un grammo di coesione.
Venendo al contenuto – ingrediente sempre cruciale nell'evocativo verbo smithsiano – si parte da una agrodolce meditazione sul viaggio di Vespucci alla scoperta del nuovo mondo (Amerigo) per approdare – dopo un lungo sottofinale ad alto tasso lirico (Constantine's Dream, dedicata al capolavoro di Piero Della Francesca, scritta e realizzata in Italia assieme ai La Casa Del Vento) – alla younghiana After The Gold Rush riletta con sobria padronanza, al netto di un finale retoricamente affidato ad un coro di bambini ("look at mother nature on the run/ in the 21st century"). Nel mezzo, c'è tempo per una dedica tra il blando e l'appassionato ad Amy Winehouse (This Is The Girl) e un happy birthday non trascendentale all'amico Johnny Depp (Nine), nonché per il singolo April Fool che sciorina romanticismo affabile tardo 80's benedetto dalla liquida chitarra di Tom Verlaine. Credo si possa dire che dei tre ritorni suddetti questo è il più convincente.
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