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Park Chan-wook è sempre stato un regista speciale. Sebbene non il più celebrato a livello internazionale né il più considerato e premiato nei circuiti del cinema più ricco e importante del mondo tra i cineasti sudcoreani, è stato probabilmente il più importante nel far conoscere il cinema di quella parte del mondo in epoca moderna e quello che più ha saputo coniugare un’impronta originale con un passo universale.

Dopotutto, il primo titolo che ha attirato le attenzioni del mondo verso le produzioni del Paese asiatico è di Chan-wook e si chiama Joint Security Area. Un film che nel 2000 affrontò un tema politico fondamentale per il passato e il presente della Corea attraverso la commistione della tragedia classica, intrisa di sapore ideologico, con il dramma quotidiano – quindi umano e politico – mettendo al centro la dimensione del thriller. Preferibilmente con mistero.

Man-su, ma fai i colloqui con la parannanza?

Schema classico per il regista – che poi negli anni ha perfezionato – e uno schema che troviamo anche in No Other Choice – Non c’è altra scelta, pellicola presentata in concorso a Venezia 82 e realizzazione di un desiderio di lunga data di Chan-wook, che aveva in mente questo progetto già da parecchi anni. Il film, dopotutto, è tratto dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake, già portato al cinema da Costa-Gavras nel 2005 con Cacciatore di teste. La storia è quindi datata e consente un respiro piuttosto ampio, vista la varietà dei punti di vista già esplorati.

Il cineasta sudcoreano aggiunge il suo, non rifacendosi al titolo di vent’anni fa – sebbene moglie e figlia del regista francese figurino come produttrici – ma cercando qualcosa di su misura, in linea con il suo stile unico, aggiornato al contemporaneo e alla situazione coreana. Il risultato è, al solito, un film splendido.

Chi punta qualcosa contro chi?

Man-su (Lee Byung-hun) è un caporeparto dell’azienda cartaria Solar Paper, luogo in cui lavora da 25 anni, durante i quali ha collezionato numerosi riconoscimenti – tra cui spicca quello annuale di “uomo della carta” – costruendosi una realtà familiare agiata e serena. Sua moglie Mi-ri (Son Ye-jin) può permettersi di passare i pomeriggi giocando a tennis, suo figlio Si-one trascorre il tempo attaccato al tablet e sua figlia Ri-one, una bambina con una neurodivergenza, può invece dedicarsi totalmente allo studio del violino.

Tutto cambia quando un’azienda statunitense rileva la società e Man-su si ritrova improvvisamente senza lavoro, gettato in un mercato in cui il suo settore fatica sempre più a trovare spazio a causa del progredire velocissimo della tecnologia. Bisogna quindi fare economia: cambiare le abitudini familiari, mettere in vendita i mobili, affidare i cani ai nonni e disdire l’abbonamento a Netflix. Inutile dire che per Man-su si tratta di una debacle senza ritorno, che lo obbliga a ricorrere a una soluzione drastica: eliminare fisicamente la concorrenza. “Non c’è altra scelta”.

Donne, tututu.

Chan-wook parte dalle coordinate del dramma borghese, intingendo tutto in una commedia sudcoreana – qui divertentissima – che sembra quasi una riedizione dello slapstick, ma con una vena più esplicitamente violenta e soprattutto molto più grottesca, per poi mettere in piedi un ritratto politico dell’uomo medio del suo Paese. Un ping-pong continuo tra micro e macro che trova il suo eco in una parabola divisa tra dimensione pragmatica e ideale.

No Other Choice – Non c’è altra scelta colloca il suo protagonista all’interno di una storia in cui la ricerca del lavoro non è soltanto riscatto sociale e affermazione personale, ma assume anche i contorni di una vendetta contro il destino avverso e contro il progresso. È in questo snodo che attecchisce il gancio parodistico, che porta – come già accaduto in passato con altri racconti della tradizione asiatica – alle estreme conseguenze la brutalità dell’ipercompetitività, sottolineandone al contempo le radici ancestrali che muovono le scelte di questi antieroi licenziati e scartati.

La casa della carta indispensabile e dell’uomo scartabile.

Il ruolo professionale che ricoprono diventa parte integrante, quindi irrinunciabile, del proprio Io. Non c’è possibilità di evoluzione né apertura verso altro, neanche per Man-su, nonostante la scia di sangue che goffamente si ritrova a lasciare lo porti a scoprire come tutti coloro che lui ritiene meglio piazzati e più capaci abbiano in realtà una vita misera. Motivo per cui possono essere messi così facilmente da parte, anche da chi li ama – o li amava. In questo senso, è straordinariamente efficace il sottotesto della crisi di coppia.

La condanna dell’uomo “dispensabile” di No Other Choice – Non c’è altra scelta sta nell’incapacità di scegliere un’altra visione per sé stesso. L’efficacia della scelta tematica risiede in uno spunto drammaticamente vicino e universale, mentre la forza formale sta nella capacità di Chan-wook di allargare progressivamente il raggio del racconto, coinvolgendo più voci, visioni e livelli senza mai risultare ridondante o indigesto, ma anzi sempre arricchente, elegante e, in questo caso, ironico. Se in passato il suo spartito rispettava passaggi quasi religiosamente obbligati, stavolta il tono gli consente di smarcarsi, riuscendo così a spingersi ancora oltre.

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