Recensioni
Paolo Fresu / Dino Rubino / Daniele Di Bonaventura / Marco Bardoscia
Ferlinghetti
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Fabrizio Zampighi
- 13 Novembre 2022

Non ho mai avuto la possibilità di vedere il documentario The Beat Bomb di cui questo Ferlinghetti di Paolo Fresu, Dino Rubino, Daniele Bonaventura e Marco Badoscia è colonna sonora. Eppure, la parabola artistica e biografica di Lawrence Monsanto Ferlinghetti, poeta, attivista, agitatore culturale, nonché importante esponente della beat generation assieme a Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso e molti altri, l’ho sentita sempre molto vicina. Soprattutto in termini di produzione letteraria: raccolte di poesie come A Coney Island of the Mind o Scoppi urla risate, solo per citarne un paio, non sono solo splendidi spaccati critici verso le distorsioni dell’America e dei nostri tempi, ma anche pagine ricolme di acute riflessioni personali in forma di verso. Lucide anche quando facenti parte della produzione letteraria pubblicata da Ferlinghetti in età avanzata: segno di una curiosità mai appagata e della spiccata sensibilità che ha indirizzato una biografia durata ben 101 anni.
Fresu (tromba, flicorno, effetti), Rubino (pianoforte), Di Bonaventura (bandoneon, effetti) e Bardoscia (contrabbasso, effetti) costruiscono 13 brani estremamente narrativi, una musica che racconta a ritmo lento una storia fatta di ambientazioni ampie e riverberi eloquenti e ben isolati, ad esempio in una I Was an American Boy che fa un po’ l’effetto che avrebbero fatto dei Kings Of Convenience in formato quartetto jazz. In scaletta c’è spazio per splendidi chiaroscuri malinconici come The Macaronis Scene o Hill Of Poetry, in cui il contrabbasso, il bandoneon e la tromba dipingono acquerelli dai colori tenui, ma anche per il groove attendista e in sbornia Miles anni Ottanta di Obscene Boundaries; per vere e proprie parentesi di soundtrack music più “tradizionale” come Endless Life ma anche per piacevoli deragliamenti come Island Of The Mind, in cui un trattenuto impeto free viene a patti con un approccio melodico solido.
Il resto della tracklist viaggia sulle coordinate di un jazz classico, notturno e sinuoso (la I Am The Man scritta da Rubino) e in generale su un’eleganza formale che non dimentica mai lo scopo di queste registrazioni – ovvero costruire un immaginario credibile e farlo aderire alle immagini del documentario – pur concedendosi qualche intrigante deviazione verso una certa complessità in termini di mood (ad esempio in Tyrannus Nix).
Il risultato finale ha una raffinatezza che riesce a parlare anche a chi non ha visto il film, per un disco che è un degno omaggio alla grandezza umana e poetica di Ferlinghetti.
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