Recensioni

Napoletano di origine, milanese di adozione, Paky è la new sensation che nel rap-game sta tenendo banco da un po’ di tempo a questa parte. Un esordio – Salvatore – che può vantare feat. da Marracash, Gué Pequeno, Shiva, Luché e Mahmood, oltre a produzioni di Sick Luke, 2nd Roof, Andry the Hitmaker, Night Skinny, Kermit e Drillionaire. Una parata di pesi massimi che lascia intendere quanta sia la credibilità accumulata dal ragazzo in tre anni di hype sapientemente costruito. La forza di Paky sta dalle parti di Speranza, o del Massimo Pericolo di 7 Miliardi: un talento che più grezzo non si può, che dei suoi errori di flow e delle storture grammaticali arriva a fare un punto di forza che aiuta veicolare ulteriormente la sensazione di “verità”. Il suo è un rap talmente semplice da rasentare la stupidità, ignorante nel senso incolto del termine, nato all’ombra delle case Aler e cresciuto a motorini rubati e schiaffi in faccia sia presi che dati.
Il disco è nettamente bipartito in una prima metà più canonicamente gangsta e una seconda più riflessiva (difficile chiamarla conscious con una scrittura così povera a livello di temi e strumenti, ma ci torniamo tra poco). Sono quindi infilate in rapida sequenza sette banger drittissime di fila – Blauer e No Wallet con Marracash su tutte – tra ripescaggi drill (100 Uomini) e chincaglierie orientaleggianti con vocine pitchate à la Chinese Man (Auto tedesca). Difficile trovare incastri illuminanti e in generale qualsiasi cosa che non vada oltre un primitivo gusto per la cazzimma stradaiola nuda e cruda. Vertice assoluto è sicuramente il dolce stilnovo di Auto Tedesca: «Ua-ua, corro su un’auto tedesca / Spingo e fa “ah” questa puttana straniera / Sembra lo fa di mestiere / Le fa troppo male, le sto spaccando la schiena / Le sto spaccando la fessa».
Nella seconda metà i toni si abbassano ma i mezzi quelli restano. Qua e là Paky affronta il tema amoroso declinandolo solo e unicamente da una prospettiva turbocapitalistica/animalesca, ricordando alla sua lei come muoia dalla voglia di comprarle solo vestiti di marca salvo poi levarli alla prima occasione utile. Quando prova a buttarla su un piano superiore, l’apice è «Litighiamo se stiamo vicini / Ma moriamo se siamo lontani». Quando prova a farsi più esistenziale, è tutta una sequela di luoghi comuni inanellati barra dopo barra: su quanto sia difficile restare veri, sulla strada che ti cresce quando non hai niente, i soldi che non rendono felici, meglio un giorno da re che una vita schiavi, le solite citazioni da Scarface, ecc. Un pochino meglio va quando abbozza tentativi di storytelling come in Storie Tristi. In generale l’impressione che si ricava dal disco è che ora come ora Paky sia troppo giovane, forse troppo limitato per tentare una denuncia sociale che vada oltre la mera narrazione delle difficoltà vissute o – sull’altro versante – dell’esaltazione materialistica di una thug life già vecchia di oltre trent’anni.
Può anche andare bene così: nel senso che se si è in cerca di un disco gangsta senza assolutamente nessun fronzolo, prodotto bene, capace di tirare un paio di cartoni ben assestati e soprattutto firmato da un ragazzo che di sicuro ha dalla sua una credibilità senza punti deboli, questa roba qui è un capolavoro senza se e senza ma, scritto e registrato con una consapevolezza (anche dei propri limiti) che in molti dovrebbero invidiargli. Per tutto il resto, c’è altro.
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