Recensioni

A memoria e fatti salvi alcuni live – Talisman. Live in Nagoya (2002, con registrazioni del 1994), quello per i cinquant’anni di Zorn intitolato 50¹² (2005) e Prophecy (2013, ma registrato sempre nel 2005) – non si avevano notizie dei Painkiller da almeno un trentennio, cioè dal doppio Execution Ground che metteva un punto definitivo sulla mistura di grindcore, avant-jazz, ambient-dub e quant’altro della formazione. Un ritorno inatteso, quindi, quello che John Zorn, Bill Laswell e Mick Harris ci regalano con Samsara, pubblicato da Tzadik e che porta in dote un paio di novità: la prima è che per la prima volta i tre hanno elaborato l’intero disco a distanza stante le difficoltà di salute di Laswell; la seconda è che Harris lascia da parte la batteria e il blast beat che erano forza trainante e vorticosa dell’intero progetto per dedicarsi all’elettronica, ovvero synth e drum machine.
Non che la cosa sposti di molto l’assalto no compromise tipico della casa; a notarsi è soltanto quel lieve ma evidente slittamento verso dimensioni più industrial dettato proprio dalle basi di Harris, su cui il basso tentacolare di Laswell e, soprattutto, l’indemoniato agire del sax zorniano, che a più di 70 anni ha ancora fiato e visione per devastare l’uditore, si muovono con la libertà che da sempre li contraddistingue. Samsara è, come da titolo, una riflessione in otto movimenti omonimi sul ciclo vitale dell’esistenza ma anche l’ennesimo tour de force in musiche sempre meno appetibili, sempre più ideologicamente riottose, sempre più, al tempo stesso, al passo coi tempi (come critica) eppure fuori dai tempi attuali (come risultanze).
Se avete presente quel meme che recita qualcosa tipo “in una società che richiede l’eccellenza, fare schifo è un preciso dovere morale”, beh, non siete lontani dal vero: la musica dei Painkiller era il rifiuto dell’accomodamento in tempi non sospetti, figuratevi ora di fronte a un panorama musicale sempre più asfittico, patinato e soprattutto inoffensivo come può essere concepito e recepito questo spettinamento a furia di ceffoni sonori. Per chi scrive, e per ogni fan dei tre coinvolti, non credo esista miglior complimento. Estenuante, as usual, ma anche corroborante oltre ogni ragionevole dubbio.
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