Recensioni

Nuova tappa del lungo viaggio ozrico, mai fermatosi nei lunghi anni dalla fondazione del gruppo, semmai proseguito lateralmente nella nicchia del genere e dei fans affezionati; e la metafora del viaggio è ancora più banale di quanto sembri, visto che evoca anche i trip della mente, quelli in cui i Nostri sanno condurre l’ascoltatore anche senza aiutini chimici, solo grazie alle geometrie ipnotiche e spacey dei loro lunghi brani, qui riproposte con la consueta energia.
Nati in quegli anni ’80 che riscoprivano e declinavano varie forme di psichedelia (i numerosi epigoni di Syd Barrett, quella allo stesso tempo eterea e pesante dei Loop, quella garage dei vari revivalisti ma anche di Bevis Frond, l’uovo di Colombo della fusione tra melodia e rumore dei Jesus And Mary Chain, qualche cavalcata acida di Dream Syndicate – ai tempi, ma ancor più nell’ultimo The Universe Inside – e Thin White Rope, la grazia lisergica degli Opal) un attimo prima che il rapporto tra musica e pasticche prendesse la strada delle discoteche, con mutazione radicale di tutta la questione e parole prese in prestito e trasformate (underground, summer of love, perfino progressive), con Stone Roses e Happy Mondays a fare da ponte tra i due mondi, i Nostri conobbero il maggior successo all’inizio degli anni ’90 prima di tornare nei loro circuiti con un po’ di nuovi seguaci.
In realtà, nel ponte tra la psichedelia di un tempo e la nuova scena dance elettronica in qualche modo c’erano anche loro, con quella miscela – ma è più esatto dire fusion – di cosmic rock, aperture psichedeliche, elettronica vintage da trasmettere ai nuovi manipolatori di macchine, tempi spezzati, occasionali elementi di folk (talvolta anche orientale, come le origini ’60s della scena in cui sono fioriti richiedono), ricercatezze prog, ariosità onirica e lunghe jam strumentali condotte dagli assoli del leader Ed Wynne; una miscela che architetta strutture musicali capaci di condurre alla trance, un cocktail allo stesso tempo molto mentale ma anche materiale nella forza e nella vivacità con cui il gruppo ha sempre suonato.
Il nuovo disco arriva dopo una piccola pausa (3 anni su circa 35 di carriera non sono nulla) e ce li conferma vivaci e ariosi come sempre: nulla di nuovo, sembrano anche minori le ricerche della varietà di suoni o strumenti vari a vantaggio della compattezza, ma è un disco energico fin dall’apertura Stripey Clouds, con la quale il disco decolla gradualmente verso il consueto incalzare delle spezzettature ritmiche, e Blooperdome, ancora più nervosa. Humboldt Currant va di 4/4 come la disco da un altro mondo, così come da lontano, un punto non identificato tra Africa e Oriente, sgorgano i vocalizzi dell’unica voce che si sente nel disco (non siamo riusciti a capire di chi sia). Sempre in 4, Popscape accelera i bpm in un notevole funk-rock spaziale, seguita da una Climbing Plants che, pur mantenendo la mente su percorsi lontani, rallenta per riprendere fiato. La canzone che dà il titolo al disco trova una sintesi tra Jean-Michel Jarre con un tema malinconico di poche note, e il dub-reggae, mentre la conclusiva Harmonic Steps torna alla dance fusion aperta dalle incursioni dei soli di Wynne.
Per chi se li era persi è un bel ritrovarli, per i fan sono già partiti il dibattito e i paragoni coi precedenti.
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