Recensioni

7.4

L’originale strumentazione della band. L’iconografia dell’incudine sulla copertina del loro primo EP che riesuma l’etica della dignità del lavoro tipica della propaganda sovietica. La provenienza da un’antica tradizione musicale bandistica tipica dei paesi dell’Emilia-Romagna. La passione per il più feroce e brutale heavy metal. Questi furono i primi segni intercettati nel 2015 sull’esistenza e l’attività degli Ottone Pesante, duo formato da Paolo Raineri (tromba) e Francesco Bucci (trombone) a cui si aggiungeva il selvaggio drumming di Simone Cavina. A quel primo EP uscito a novembre 2015, che sorprese e sconvolse tanto la scena metal quanto quella jazz, è seguito un anno di frenetica attività concertistica che ha visto la band collaborare con gruppi del calibro di Baustelle, Calibro 35 (sono stati la loro sezione fiati per il tour del 2015-’16), Esecutori Di Metallo Su CartaIosonouncane e Pat Mastelotto (batterista dei King Crimson e Crimson Projekt). Nello stesso tempo, dopo aver sostituito Cavina con Beppe Mondini alla batteria, gli Ottone Pesante sono riusciti a licenziare a poco più di un anno di distanza un nuovo lavoro, l’album Brassphemy Set In Stone, registrato in soli 4 giorni in presa diretta fra fine maggio e inizio giugno 2016 al Deposito Zero di Forlì da Tommaso Colliva, che lo ha anche prodotto e successivamente remixato a Londra.

Il nuovo LP estremizza e radicalizza ulteriormente la ferocia del doom metal adottato da questa band, metal che è atipico solo perché è atipica la strumentazione adottata (due strumenti a fiato e una batteria al posto del classicissimo schema chitarra-basso-batteria), ma mantiene comunque nei suoi andirivieni melodici e nei suoi controtempi furibondi la fedeltà e la devozione al Verbo del Sacro Metallo mentre ammicca alle pieces ipercinetiche e improvvisate di John Zorn. Ma c’è anche altro. Ascoltando e riascoltando questo disco, l’impressione è che la band abbia compiuto (lodevolmente) un’evidente sforzo di razionalizzazione e di superamento dei generi diciamo così di pronto riferimento (gli ipercitati SlayerMeshuggah, le sarabande carnevalesche del jazz balcanico), come se il muoversi fra differenti opzioni stilistiche e differenti tecniche d’arrangiamento fosse la vera cifra e la vera impronta che il gruppo vuole dare alla propria musica e al proprio progetto. Un progetto che tra l’altro appare continuamente in movimento e capace di auto-resettarsi per ripartire di slancio. Un vero work in progress, insomma.

Come vuole il manuale dell’hard rock, la band parte sparata con un nugolo di funambolici e cingolati heavy metal che ora sfiorano l’emocore teatrale e frammentato dei Fugazi (Brutal), ora vengono costretti in una cornice classicheggiante e panoramica (Bone Crushing, con tromba finale profetica alla Van Der Graaf Generator), ora si afflosciano in melodie che riprendono il jazz più triste e morboso (Nights Blood). Un altro tema tipico degli arrangiamenti è ovviamente la marcia funebre, dove i Nostri riescono a raggiungere il massimo dell’incisività (il macabro espressionismo di Trombstone, che si eleva in un lamento corale di rara potenza drammaturgica, la processione di Melodic Death Mass propulsa da ottoni che procedono a rotta di collo trasmettendo un continuo senso d’urgenza). Ma non è finita. Ecco il gruppo avventurarsi nei tour de force di un jazzcore brutale, cerebrale e destrutturato (Pig IronApocalips) o nel funk rock più psicotico (Redsmith In Veins, dove gli ottoni fanno a gara a spezzettare e maciullare la ritmica originaria) capace di mantenere tuttavia un raro equilibrio fra accademico ed emozionale. La band imbocca poi la via del tribalismo jazz afro-beat nei clangori e nelle dissonanze di Torture Machine Tool o nelle progressioni assassine di Copper SulpHate, memori del nu jazz dei Melt Yourself Down e del cupo free jazz degli Ex.

Al di là del frastuono imperante, i risultati non sono mai necessariamente scontati. Come non lo è il frastuono stesso, che alla fin fine risulta un aggiornamento originalissimo della saga del noise rock, dalla lezione dei SonicYouth a quella dei gruppi di Steve Albini: di fatto, su una cartilagine melodica spesso free-form, il suono rimane essenzialmente ancorato all’asse armonico dei due strumenti principali, il cui scopo è solo secondariamente quello di costruire una struttura narrativa, poiché il vero obiettivo rimane invece liberare energia allo stato brado o erigere muraglie di rumore estraendo da quel caos un impatto sonoro carico di tensioni isteriche, di visioni orrende e di traumi profondi. C’è passione e genio dietro questo rumore. Proviamo a decifrarlo e apprezzarlo.

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