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7.4

Terzo appuntamento col supergruppo di casa Drag City, ovvero la sezione ritmica dei Fire! (e della Fire! Orchestra, di conseguenza) composta dagli svedesi Johan Berthling e Andreas Werliin, e Oren Ambarchi nelle vesti di se stesso, ovvero dell’instancabile sperimentatore e avventuriero sonoro che dalla fine del millennio scorso ha praticamente tagliato trasversalmente tutte le scene di ricerca e suonato praticamente con tutti. Quello che sembrava essere un progetto occasionale nato sull’onda dei contatti tra la band di Mats Gustafsson e l’australiano – ricordiamo In The Mouth – A Hand, uscito per Rune Grammofon nel 2012 – sta invece diventando qualcosa di molto serio, dato che siamo già, come suggerito dal titolo, al terzo passo in praticamente tre anni. E se il livello è quello dei due precedenti e di questo disco, beh, c’è da esserne più che felici.

Un lungo mantra che sposa il post-rock più cerebrale e sofisticato con una particolare idea di minimalismo e di contaminazione, se la si dovesse risolvere con ascisse e ordinate. Una musica lenta, quella che scorre nei 40 minuti di Ghosted III, ma lenta perché costruita sul dettaglio e sul particolare e, al contempo, attenta alla risultanza finale, invero molto intrippante e meditativa. Dopotutto, l’insistenza sul titolo riportato nei 3 dischi usciti dice più di qualcosa: musica estatica ma fantasmatica, svanente, quasi impercettibile a volte, fatta di vuoti evocativi e di spazi immaginifici che riprendono le succitate trame post-rock made in Louisville, per intendersi, ma spesso declinandole nelle sue forme più evanescenti, narcolettiche e, ça va sans dire, slow-core, tra ipotesi Codeine/For Carnation, stasi memori dei Talk Talk più eterei, atmosfere vicine alla stasi alla maniera dei Bark Psychosis, rimandi Gastr Del Sol e depotenziamenti slintiani. Apertura e chiusura, appannaggio rispettivamente di Yek e Shesh, i personali picchi per chi scrive, dicono di un lavoro forse addirittura più astratto, etereo, vaporoso rispetto ai precedenti e che si presenta, in sostanza, come una sorta di raga per l’universo post-rock d’inizio millennio.

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