Recensioni

A leggere la press e ascoltando il disco viene più di un dubbio sul fatto che il titolo possa essere più di un avvertimento, quasi un canto del cigno. Di più non è dato sapere e questa suggestione verrà confermata o smentita solo dal tempo, ma l’album numero otto della formazione base dell’universo Fire!, specie dopo l’abbuffata dell’ultima manifestazione targata Orchestra, ovvero il fluviale e massimalista Echoes, più di un suggerimento in quel senso sembra darlo. In primis, per la scelta riduzionista del proporre un album esclusivamente in trio, senza ospiti, senza elettronica, senza extra, “stripped down to the bare-bones essentials” nelle parole di Mats Gustafsson e con “l’aggravante” della produzione affidata a uno, Steve Albini, che della essenzialità ha fatto più uno stile di vita che una idea di produzione.
Sia come sia, i 40 minuti distribuiti in cinque tracce di questo Testament ci dicono di una essiccazione del suono, di un riduzionismo che non lede affatto all’idea di groove che i tre hanno sempre avuto, anche se spesso preoccupandosi, per tener fede al nome sceltosi, di incendiarlo a dovere, accentuando ancor più le cadenze, avvicinandole a una sinuosa reiterazione, a una continua riproposizione di pattern minimi e di altrettanto minime variazioni sul canone.
Ciò avviene in The Dark Inside Of Cabbage, una sorta di un doom funerario in potenza rotto dalla liturgia ossianica in crescendo del sax e nell’iniziale Work Song For A Scattered Past, in cui sax e batteria divagano spesso accendendosi a intervalli e strappi mentre l’imperterrito basso di Berthling continua a tenere la barra dritta. La lunga Running Bison. Breathing Entity. Sleeping Reality. rallenta ancor di più i giri, si ritorce su se stessa, tenta di divincolarsi fino a strappare nella parte centrale in una sfuriata free che rientra circolarmente nei ranghi. E che l’idea di circolarità possa aver fatto capolino nei pochi giorni passati in studio con Albini lo dimostra la chiosa di One Testament. One Aim. One More To Go. Again. Coi tre strumenti a dialogare e tornare sulle stesse frasi e riprenderle per poi riacquietarsi in una sorta di nenia cullante limitrofa alla stasi.
Un disco strano, insomma, questo Testament. Meno incendiario, più sensuale, meno ipnotico e trance-inducing e più essenziale, come se i tre cercassero di tornare alla propria essenza e lasciare, ricollegandoci all’incipit, non un testamento quanto una testimonianza di ciò che realmente sono.
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