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7.5

Questo trio, che si spera non essere estemporaneo, riunisce tre grossissimi calibri dell’underground più avventuroso e sperimentale: la chitarra di Bill Orcutt (Harry Pussy), la batteria di Steve Shelley (Sonic Youth) e il basso di Ethan Miller (Comets On Fire, Howlin Rain) catturati insieme live on stage allo Zebulon di Los Angeles. Dei tre quello più strambo da associare a qualcosa di convenzionalmente rock come le musiche contenute in questo esordio è il primo, abituato sin dagli Harry Pussy – e reiterato lungo una carriera in solo piuttosto ampia – a trafficare con musiche più improvvisative e free, mentre i due sodali, seppur a modo loro, hanno grossomodo avuto a che fare con panorami (ehm) rock: distorti e dissonanti nel caso di Shelley, devastati e psichedelici in quello di Miller.

Sia come sia questo omonimo esordio catturato live on stage come si diceva sopra consta di cinque tracce inaugurate dal deragliamento sonoro di A Star Is Born, che ci piacerebbe essere un auspicio per il futuro e insieme un monito per il presente, come a dire “è così che deve suonare il rock oggi”: sei minuti di fuoco e fiamme della chitarra di Orcutt su un interplay quanto più massiccio si possa sperare. Facile immaginare il perimetro entro cui i tre si muovono, no? Sbagliato, perché la successiva An L.A. Funeral è una lenta quanto acida (ehm) ballad à la Neil Young altezza Zuma in odor di psichedelia alla maniera dei sixties ma, ovviamente, con la chitarra di Orcutt a tratteggiare aculei e uncini più che arpeggi e/o assoli finendo col mischiare dolcezza e dissonanza, insomma.

La seguente Unsafe At Any Speed vede il power trio cimentarsi con una specie di funkettone inacidito e alieno come se i Television avessero scelto di prendere Arto Lindsay in formazione e suonare no-wave in Texas. Gli 8 minuti di Four-door Charger sono un saliscendi umorale, interplay ritmico ridotto all’osso, crescendo, esplosioni di chitarra, silenzi, stasi: qualcosa di ipnotico, devastante e inatteso nello stesso tempo. A concludere, l’altra jam A Long Island Wedding, qualcosa che inizia come dei tardi Velvet o un Lou Reed in solo e pian piano accumula tensione e stratifica note (deliranti quelle di chitarra, ovviamente) trasformandosi in una specie di duello rusticano tra i tre a furia di feedback e testosterone, fino a una catartica cacofonia.

Disco pienamente fuori dal tempo eppure classicamente adatto a tutti i tempi, Orcutt Shelley Miller potrebbe essere uscito nei ’60 come nei ’90 e ci mostra tre veterani delle scene più off del rock degli ultimi 40 anni perfettamente a loro agio nel mostrare al mondo cosa significhi suonare rock classico, dissonante, devastante, ecc., oggigiorno.

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