Recensioni

This used to be the future: così cantava pochi anni fa Neil Tennant in combutta con un altro protagonista dei tempi d’oro del synth-pop inglese, Phil Oakey degli Human League. Gli OMD non potevano starsene in disparte, e infatti decidono con The Future Will Be Silent di fare il punto della situazione esprimendo il proprio amaro disincanto verso tutto ciò che trent’anni fa, in Dazzle Ships, rappresentava la più ambita chimera: un mondo ipertecnologico. Sempre di elettronica è imbandito il banchetto, ma stavolta ci si rifugia nella più cauta tecnologia ampiamente collaudata – per l’artwork ancora una volta interviene Peter Saville (un nome, una garanzia) – e si alternano melodie zuccherose e schegge sperimentali (Please Remain Seated, Decimal, Atomic Ranch) che ieri ci avrebbero lasciati a bocca aperta ma che ora non sono più in grado di replicare l’impatto dei loop e dei sample del 1983.
Si ha spesso l’impressione, durante l’ascolto di English Electric, che Andy McCluskey e Paul Humphreys siano piombati nel 2013 per caso, in viaggio con la loro time machine direttamente dal 1987. Rispetto al predecessore History Of Modern (in cui il ruolo di Paul era ancora sullo sfondo) qui non c’è stato alcuno svuotamento selvaggio dei cassetti, eppure è tutto fin troppo familiare: le “manovre orchestrali al buio” sono ancora affettuosamente in debito con i Kraftwerk – lo dimostra il rifacimento di Kissing The Machine degli Elektric Music (firmato da McCluskey insieme a Karl Bartos) con la partecipazione di Claudia Brücken (ex Propaganda ed Act, oggi compagna di vita di Humphreys), ma anche il primo singolo Metroland, che rimanda ad Europe Endless e che meglio risalta nel più conciso radio edit – ed è impossibile non pensare a Joan Of Arc durante Helen Of Troy e non sospettare che la pur gradevole Stay With Me sia una Souvenir 2.0 con in più la sensazione che, accanto a Paul, stia per sbucare da un momento all’altro Valerie Dore.
Poche le innovazioni sul vassoio, evidenti i limiti di scrittura della band – Andy e Paul sembrano sempre più due pittori specializzati in nature morte e non più in grado di dipingere altro – e pochi anche i motivi che dovrebbero spingere un neofita a preferire English Electric rispetto a un altro album della nutrita discografia degli OMD. Per i fan di stretta osservanza qualcosa da salvare c’è: il secondo singolo Dresden si fa ricordare subito, nonostante a tratti sembri la Sister Mary Says dell’album precedente (che a sua volta richiamava Enola Gay) dopo un trattamento eurodance a cura di Sash! o dello Scooter meno tamarro; Night Café è la sorella minore di So In Love e Our System (che, nella mischia, presenta l’arrangiamento più sintonizzato con i trend degli anni ’10, pur senza snaturarsi) e sarebbe stata una chiusura ad effetto al posto della Final Song.
Tra le mani resta una prova interlocutoria, con qualche timido sprazzo d’ispirazione, molto mestiere e, purtroppo, un odore neanche tanto leggero di naftalina. Se un futuro ci sarà per gli Orchestral Manoeuvres In The Dark, si spera che sia più (ehm…) elettrizzante.
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