Recensioni

7.2

Flussi di pensiero. Echi. Territori lontani e sfocati. Racconto moderno e intimità agreste. Le maglie del tempo si allargano e tutto sembra girare a una velocità più consona, quella giusta, una lentezza che crea spazio, riflessione. Gli Orcas sono Thomas Meluch (aka Benoit Pioulard) e Rafael Anton Irisarri. Sono l’incontro tra la delicatezza pop-folk del primo – giovane e prolifico autore di canzoni a cavallo tra acustica, elettronica e field recordings, dal 2006 di stanza in casa Kranky – e l’acume minimal del secondo, compositore electro-colto noto ai più per il progetto techno-gaze The Sight Below. Il tutto, con una forte idea di composizione ad aggiungere sostanza in un contesto dove spesso è la produzione a determinare il linguaggio e non il contrario. 

Un panorama fuori fuoco, ambiente in costante espansione, qualcosa che avvolge. Il controluce nel cinema di Malik. L'intelligenza timbrica e l’avanguardismo pop di David Sylvian. Il senso del folk più profondo, nella contemplazione di qualcosa che ha che fare tanto col cielo e il transitare delle nuvole, quanto che con l’acqua, la terra e le radici che affondano in essa.

Il cosmico (il panteismo conclusivo di High Fences) e l’essenziale sono solo una conseguenza, così come l’elettronica non è che un mezzo per tradurre l’idea; connessioni elettriche nella mente umana. L’uomo al centro, con la sua melodia serena e malinconica, e la natura intorno, quasi indifferente, tra piccoli battiti di cassa, note leggere di piano, chitarre volatili e soffici drone, a creare strati, geometrie liquefatte, fantasmi di strutture. E le assenze, così preziose prima ancora del suono, e quel finire le canzoni così, quando la canzone finisce.

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