Recensioni

Auspico sinceramente da anni che ogni formazione d’ambito genericamente indie e genericamente con chitarre faccia propria quella libertà espressiva che gli Oneida hanno da sempre dimostrato di avere, lungo una carriera che anagraficamente e discograficamente si è fatta ormai più che sostanziosa. E questo ennesimo album tirato fuori senza chiacchiere e senza hype, senza introduzioni o quasi, solo andandosene in studio a registrare quando si ha l’urgenza di dire qualcosa o semplicemente la voglia di suonare, ne è la quintessenziale dimostrazione. Gli Oneida sono gli Oneida, ovviamente, ma sono anche – dovrebbero essere, in realtà – un punto di riferimento ideologico più che strettamente musicale e se non lo sono, questo non esserlo è la rappresentazione plastica di come anche e soprattutto l’underground stia andando a puttane.
Sia come sia, dopo i 40 minuti scarsi di Success ora il minutaggio è addirittura più parco e, sostanzialmente, la novità è solo questa rispetto ai monoliti con cui ci hanno deliziato in passato. Per il resto, la volontà sfasciona di suonare una sorta di rock a tutto tondo, un tondo ovviamente che va dal noise-rock più spericolato all’art-rock più depravato passando per la psichedelia a modo loro e l’indie-rock primigenio, è rimasta intatta. Anzi, sembra ancor più libera ora che i cinque si sono fisicamente divisi e l’elaborazione dell’album è stata, diciamo, per stratificazione: Bobby Matador da Boston manda degli abbozzi ai sodali a NY che li strutturano (Kid Millions e Barry London) e poi destrutturano (Hanoi Jane e Shahin Motia) con degli “out-of-tune licks”.
Tutto facile no? Sì perché il risultato è esattamente qualcosa di strutturato e al tempo stesso talmente reiterato e ipnotico da apparire destrutturato: sia esso una cavalcata cosmica (l’iniziale Reason To Hide, sette minuti di delizie e deliqui come ipotesi di ibridi Can/Chrome, ovvero krautismi nello spazio profondo), una specie di aggro-goth-punk da bruciare in fretta (La Plage) o un sing-a-long lontanamente sixties west coast per come possono intenderlo questi brutti ceffi (Here It Comes). O ancora quelle reiterazioni ossessive che fanno dei quattro minuti di Salt una di quelle jam (in sedicesimo) che hanno fatto il mito degli Oneida o Gunboats, sberleffo free tra rumorismo subliminale, rock depressivo à la Love 666, sfasamento (a)temporale, deliquio notturno sui rimasugli del rock degli ultimi n decenni e quant’altro possa esistere nel mondo a parte, questo sì davvero sottosopra, che è quello abitato dagli Oneida.
L’auspicio iniziale, ovviamente, è destinato a rimanere tale. Come tale è destinata a rimanere la musica di una delle formazioni che il dio della musica giusta ha deciso di donare a noi poveri adepti quindi perché opporre resistenza e non immolarsi a tale continua bellezza figlia di una attitudine, di una ideologia prima ancora che di una musica in senso stretto? Lunga vita agli Oneida e che le forze superiori ce li preservino.
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