Recensioni

“Il frullo che tu senti non è un volo / ma il commuoversi dell’eterno grembo / vedi che si trasforma questo lembo / di terra solitario in un crogiuolo“. Rubiamo questa strofa a Eugenio Montale e alla sua In limine, poesia del 1924 che evoca segni, forze naturali in un paesaggio vivo, legato a doppia mandata alla vita degli uomini, per il limite, il confine, il bordo evocato dalla parola “krai”, che nel russo natio di Olga Bell dà il titolo al suo disco d’esordio. Per Montale l’Italia rurale e assolata del primo dopoguerra, per Olga Bell le distanze enormi che passano dalla Krasnodar dell’opener alla Kamchatka all’estremo orientale dell’Asia continentale, in atmosfere spesso oscure e primordiali. Una terra, quella russa, che Olga Bell ha lasciato in giovane età attraversando lo stretto di Bering come gli antichi ominidi ed approdando in Alaska, USA. Il passaggio decisivo è il sostegno come tastierista per il tour del fortunato Swing Lo Magellan dei Dirty Projector nel 2012-13 e poi l’esordio a un anno di distanza per One Little Indian.
Il disco si fonda sulla fusione di elementi folklorici (reali? inventati? evocati?) con un piglio arty-pop che fa pensare tanto a certi passaggi della prima Julia Holter, quanto alle voci del Trio Medieval. Canzoni che aleggiano nel synth/pop/folk ma che vivono su scheletri di forma-canzone. A dare forza a una scrittura fatta di passaggi sghembi, cambi inattesi di ritmo e atmosfera è la voce di Olga Bell, capace di forza ieratica rara (Krasnodar Krai), di toni ombrosi al limite del magico (Perm Krai), di dolcezze algide (Stavropol Krai). Per l’effetto esotico che ci fa la lingua russa, in cui sono cantati tutti i nove episodi, si torna spesso con il pensiero ai momenti più bucolici dei Sigur Rós, ma anche alle atmosfere in bianco e nero di Iva Bittová.
Non si sa mai fino in fondo dove vadano a parare queste schegge arty, ora sottolineate da quelli che sembrano nastri in reverse (probabilmente semplicemente effetti digitali), sovraincisioni, momenti orchestrali. Colpisce la capacità di creare un mondo sonoro vario, ma al contempo fortemente connotato e personale già alla prima prova sulla lunga distanza, al confine tra il folk, il synth-pop e la contemporanea da camera. Vi ritroverete vostro malgrado sotto un cielo spesso carico di pioggia, quasi sempre minaccioso, con canti erranti trasfigurati dagli elementi naturali nelle orecchie. Lo sguardo vi si volgerà, senza che lo vogliate, alle spalle, per indugiare sulla civiltà urbana che lasciate, ma di fronte a voi si apriranno squarci di natura indomabile: sarete perfettamente sul krai anche voi.
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