Recensioni

La storia è nota, gli Old Time Relijun sono un’istituzione dell’indie rock americano, quello con la città di Olympia nel cuore e la seconda casa negli uffici della K Records del buon Calvin Johnson. Un approccio che, con il suo mix lo-fi di blues postmoderno waitsiano, visionarietà à la Captain Beefheart e obliquità no wave ben si inseriva nel coacervo di una scena cittadina che faceva della libera creatività e dell’etica indipendente le proprie bandiere.
Dopo centinaia di concerti in tutto il mondo e 7 album pubblicati, nel 2009 il gruppo si è preso una lunga pausa – con i singoli membri a dedicarsi ad altri progetti – per poi tornare solo lo scorso anno con il più che interessante EP See Now And Know, lavoro che spostava il distintivo baricentro di storture abrasive verso un uso più rotondo del groove, mentre urlava al mondo di liberarsi dai vari reflussi nazionalisti che imperversavano nell’America trumpiana. Il 12” era anche l’antipasto di un nuovo album – e tour annesso – che sarebbe dovuto arrivare nell’autunno 2020, poi rimandato a causa della pandemia da Covid-19.
Ma ecco finalmente questo Musicking, e bisogna dire che l’attesa non è stata affatto vana, visto che nelle 11 canzoni che lo compongono possiamo sentire tutta la passione, l’impegno e la voglia di esprimersi di una band capace di attualizzare il proprio suono con coriacea personalità. Sì, perché gli Old Time Relijun versione 2.0, oltre alla sapiente gestione del ritmo, recuperano tutti gli ingredienti che hanno fatto l’originalità di ottimi album quali Witchcraft Rebellion o La Sirena De Pecera, distillandoli in un suono meno primordiale ma con un’organicità mai avuta prima, e ovviamente sempre ben sostenuta dalla vocalità istrionica del deus ex machina Arrington De Dionyso. E questo non solo grazie alla splendida scrittura che infarcisce di dettagli azzeccatissimi ogni singolo spasmo, ma anche di una produzione che li fa risplendere nel baccanale orgiastico.
Qualità immediatamente ravvisabili nell’apripista Break Through, brano che vuole sfondare il muro dell’ignoranza oscurantista contemporanea con due minuti di garage di matematiche sghembe, arricchito da gustosi dettagli vocali e dall’immancabile sax free del Nostro. Se è vero che non tutto arriva così in alto, si può comunque ben dire che le cose non scendono mai sotto la soglia del buon livello: anche se non inaspettate, infatti, la stralunata Bionic Trunk e il siparietto di Life Drawing hanno un bel tiro, la scorribanda di Back To The Water funziona rimpolpando i tipici flussi del passato à la Vampire Sushi e la festaiola You That Is You chiude il discorso con giustezza.
Poi ci sono gli elementi che conferiscono uno slancio ancora più decisivo al tipico suono della band, come le elucubrazioni tribali che rileggono i Talking Heads in chiave quasi post industriale in Big D e nella potentissima Love Spell, il garage rock intriso fiati e trattamenti à la Brainiac di Left Hand Shake e il funk incrinato da chitarre stirate e armonie cantilenanti di This Foundation is Cracked. Non meno fulminanti i barlumi Gospel Yeh-Yeh à la Make-Up di We Start the Fire – e con tanto di azzeccati clap hands – e i miraggi dreamy dispersi su ritmiche devolute e gorgheggi free jazz di The Lung Song. Un gran bel sentire.
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