Recensioni

Per l’ottava fatica di studio della band che deve il proprio nome al titolo di un racconto di una discendente di Aleksei Nikolaevich Tolstoi, gli Okkervil River tornano a calcare il solco del concept album come già avvenne con Stage Names (dove però si osava di più sul fronte di un rock ruspante ma barocco, quasi privo di ritornelli) e Black Sheep Boy (che aveva dalla sua una maggiore ispirazione generale). Qui la produzione è affidata a John Agnello, già al servizio di Cyndi Lauper e John Mellencamp: non proprio idoli dell’indie-folk. Il suono rimane quello di sempre, ma per le cartoline da Meriden (New Hampshire), la città natale del Will Shelf che le firma tutte, l’attitudine è meno sanguigna e meno folk che mai. L’operazione è quella di un album di solida tradizione americana, al confine (forse si tenta il salto, visto il produttore) di un mainstream mai così alla portata di major indie come gli Okkervil River.
Il problema è che tolta l’aura hipster della presentazione del disco in grafica 8-bit e delle atmosfere d’antan della copertina, si ha l’impressione di un disco scritto con il pilota automatico e, come già si notava da queste parti, costruito artificialmente attorno ad elementi che funzionano, strizzando contemporaneamente l’occhio ai fan di vecchia data e a un potenziale pubblico da stadio. Quello, per intenderci, di un Bruce Springsteen cantore dell’America media (Meridien come il New Jersey?) o degli Arcade Fire e di tutti i loro Suburbs. Dovrebbe essere significativo che il brano più riuscito sia una cavalcata krauta (Walking Without Frankie, che fin dal titolo rimanda ai Suicide di Frankie Teardrop a cui sembra aver rubato la base). Da galera, invece, le tastierone Ottanta messe in apertura di Stay Young: farebbero vergognare anche Boy George.
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