Recensioni

Domenico Toscanini è un pianista jazz che ha lasciato aperte porte e finestre al presente ibrido e globalizzato, voglioso di contemporaneità viva e vegeta. Ed ecco l’idea di allestire una band che tenti di mettere a punto un linguaggio, lavorando sull’equilibrio tra elementi acustici ed elettronici, tra forme tradizionali e avant, tra idiomi (italiano, francese, bantu), e all’interno di questi giocando a forzare le frontiere semantiche. Quello che colpisce degli Obliquido è la scelta dei compagni di ventura, tra i quali spiccano i nomi di Cristiano Calcagnile (ai tamburi in una miriade di progetti, tra cui Gianluca Petrella e Cristina Donà) e Alessio Luise, quest’ultimo da anni sotto i nostri riflettori per le uscite synth-wave a nome Luisenzaltro.
Di Luise appunto ben sappiamo il talento per i calembour geniali (tra le altre cose è filosofo, poeta e scrittore), che mette qui al servizio di testi adagiati con arguzia sulle melodie sinuose di Toscanini, a cantare le quali è talora egli stesso e in molti casi Laura Boccacciari, altra “vecchia” conoscenza col moniker di LaCuori (sempre in area Luise), mentre il cantante e musicista congolese Donat Munzila porta in dote timbrica afro in tre pezzi. Il risultato, appunto, è un disco capace di stratificare con padronanza, dosando gli ingredienti senza forzature, lasciando che l’approccio cervellotico si spenzoli sul filo dell’ironia, sciorinando lirismo e impudenza, misura e azzardo.
Bello il modo in cui il pianoforte passa dal primo piano ad un ruolo di sfondo, modulando la prospettiva tra istanze jazz, spigoli funk e schemi electro-ambient con escursioni breakbeat. Tra le dieci tracce in scaletta, spicca la torbida indolenza di Sipari disparati (bello il lavoro alla tromba di Marco Fior), il languore modernista di Watt do you volt (venato di apnee trip-hop), le particelle rumba tra colori androidi di Con pochi contanti e una Liberalamente dallo swing scivoloso e aereo. Album sorprendente ed esperienza senz’altro da ripetere.
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