Recensioni

Il secondo album della band spezzina prosegue lungo la falsariga wave-rock dell’esordio: non è un mix nuovo, sia se si guarda a quello che fanno alcune band della recente ondata post-punk (anche se i nostri suonano abbastanza diversi dai capofila Fontaines D.C. e Idles e ancora di più dalle acuminate dissonanze degli Squid e da quelle furiose dei Viagra Boys o dal “prog” dei Black Midi; semmai siamo più vicini agli Yard Act) sia al rock classico che, negato nei programmi, riemergeva ogni tanto anche nella new wave storica.
L’impressione, ora come allora, è che si voglia far convivere il racconto dell’alienazione svolto attraverso le atmosfere musicali sviluppate dei tanti eredi di Low con l’energia ottimista del rock nato nel decennio della speranza e del cambiamento, come se mettendoli insieme si indicassero sia il problema che la soluzione – e non è strano né soltanto revival: in un recente incontro con i lettori per presentare il suo nuovo romanzo, Pesci piccoli (che di disagi contemporanei ne racconta bene vari, come il resto della saga), lo scrittore Alessandro Robecchi ha detto che “se il ‘900 è stato il ‘secolo breve’, gli anni ’80 sono il ‘decennio infinito’, visto quanto continuano a influenzare la nostra vita e i media”, dunque non sorprende che benché aggiornato e in convivenza con mille altri stili si risponda ancora in quel modo (vedi la cover vagamente dimessa del classico Rock’n’Roll Robot di Alberto Camerini, con tanto di citazione arguta dell’altra sua hit Tanz Bambolina).
Forse è anche questo, oltre al fatto che banalmente si tratta del secondo album e che due sono gli anni passati dall’esordio, un senso possibile del titolo due, forse a questo si riferisce il gruppo quando presentando l’album parla di due personalità musicali del gruppo, quella “atmosferica e drammatica” e quella “beffarda, spigolosa e nevrotica” come emanazione della dicotomia tra pessimismo e voglia di cambiare.
Già la traccia di apertura e primo singolo Cosa ne avrebbe detto Erik? (canzone da dimenticare) si muove su questo equilibrio umorale di fatalismo sorridente, come se tra le tante cose da dimenticare ci fossero anche quelle che ci zavorrano, e musicalmente di una riflessività robusta.
E si prosegue così, con la tromba che caratterizzava il suono dei nostri già nell’album scorso a ricamare ed impreziosire. Bombe alterna ricami pop su ritmi spezzati all’energia dei ritornelli, mentre il pezzo più interessante è Il più lungo giorno arricchito da sapori vagamente messicani e dai ricami del theremin e del violino ad alternarsi con quelli della tromba.
Dopo aver partecipato al primo volume (Parole liberate), con La promessa di un uomo i nostri tornano a partecipare al progetto sociale “Parole in libertà: oltre il muro del carcere”, l’iniziativa che porta i detenuti di varie carceri italiane a scrivere poesie poi messe in musica da vari artisti dell’etichetta; la canzone, che nei primi secondi sembrava partire in un modo apparentemente interessante per poi virare su un electro funk baldanzoso, è destinata al volume 2, in uscita quest’anno.
Mentre Cyberbullo le venature folk le tira fuori in modo più esplicito, Sei minuti innesta rock e un pochino di ska proprio sul Camerini elettronico mentre racconta della colonizzazione delle menti da parte di certa comunicazione, Cubo blu è un altro quadro di ansia odierna svolto con simbologia lynchana (il cubo sarà quello di Mulholland Dr.?) con un lampo di consapevolezza (“Lo so: sono un cazzo di privilegiato!”) mentre la conclusiva Preghiera chiude l’album con un lento “robusto” che ribadisce l’equilibrio tra pessimismo e slancio che è la cifra del disco e della band.
Una buona conferma di un gruppo che sta articolando a modo suo certe tendenze contemporanee a rifarsi al passato, per guardare avanti.
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