Recensioni

7.5

Fabric 91 come simbolo di libertà ed emancipazione. Indipendenza e lontananza dall’immagine che Nina Kraviz – volente o no – si è creata, la DJ famosa per essere bella e piacente in consolle, e da cui oggi fugge. Il nuovo mix firmato dallo storico club londinese – il primo, dopo l’annuncio della riapertura ufficiale a causa dei guai con la legge per le due morti per overdose nel giro di poche settimane – è il grido di autodeterminazione di un’artista che ha bisogno di dover rompere qualche schema e scontentare più di qualcuno.

È bene analizzare questo mix sulla scorta della polemica di qualche settimana fa tra la Kraviz e il pubblico dello Smalltown Festival di Melbourne, dove numerose sono state le richieste di rimborso di chi proprio non ha accettato il set troppo sperimentale della siberiana, che ha scelto di chiudere la faccenda rispondendo con una breve e sincera lettera aperta che recitava: «[…] volevano tre ore di costante ritmo narrativo ed ho offerto qualcosa che non corrispondeva alle loro aspettative, ma sorprendentemente i commenti più negativi che ho ricevuto sono arrivati per aver inserito nel finale quel segmento drum & bass».

Nina Kraviz sta vivendo una nuova fase artistica, più attenta ai suoi gusti e meno alle voglie del pubblico, esprimendo un lato più audace (da citare anche l’apertura della personal label трип) e attento a novità e revival analogoci. Fabric 91 è tutt’altra storia rispetto al DJ-Kicks del 2015, uno scialbo compendio di minimal senza particolari pretese. Qui abbiamo tra le mani i resti di un tragitto psichedelico e meditabondo, a suo modo stupefacente. Nina mette i puntini sulle “i” rispolverando dai suoi giganteschi scaffali tracce croccanti, numerosi unreleased e rarità (spicca la chiusura Fork Rave, reperto di un giovane Aphex Twin condiviso dal Nostro nelle recenti pubblicazioni su Soundcloud), ma anche sponsorizzando connazionali e musicisti della sua label (Bjarki, Nikita Zabelin, PTU, Biogen, Orange Juice Man).

Un mix che funziona meglio in cuffia che su pista, un focolare trancey ardente e vivo, dove schegge impazzite vanno a disegnare la forma di un affresco multisfaccettato e dalle mille tinte, in cui far convivere in armonia e in un sinuoso intreccio sonoro incastri IDM, sciamaniche espressioni ambient-techno, gloriose manipolazioni acid, tech-house di maniera e argute frecciate jungle. Le tracce singole si immergono e contorcono tra loro, ognuna di esse contribuendo nel suo piccolo (si contano sulle dita di una mano gli episodi lunghi più di tre minuti) al grande e possente mosaico di un’artista che ha trovato il complicato equilibrio tra qualità e gusto personale, a discapito di chi preferisce qualcosa di più diretto e meno impegnato e che al momento farebbe bene a dirigersi verso altri lidi. Tra le tradizionali chicche in chiusura d’anno.

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