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6.8

Partito per un lungo viaggio tra Danimarca e Congo con l’idea di un disco folk e solitario, il cantautore belga Nicolas Michaux ha poi spinto il suo debutto solista a prendere strade molto diverse rispetto a quelle inizialmente preventivate, grazie agli incontri, ai luoghi e alle esperienze inanellate lungo la strada. Fondamentali in questo senso sono stati i lasciti dalla sua formazione di origine (il sestetto rock Eté 67) e l’incontro con il co-produttore e ingegnere del suono Julien Rauïs.

Partendo dall’incipit intimista e bucolico che rimanda subito, inevitabilmente, a paralleli con Gainsbourg, A la vie, à la mort si apre nella title track a un synth-pop ancora fumoso e incerto che prende coraggio con la poesia malinconica e decadente di una ballata come Un Imposteur, per poi arrivare a tuffarsi a pieno ritmo nelle atmosfere eighties cadenzate di Le Ciel. Ma è nella rappresentativa e caleidoscopica Les Iles Désertes che il soul anni ’70 e le rifrazioni funk anni ’80 si scontrano in un patchwork particolarmente rappresentativo che porta l’animo da songwriter maudit a circondarsi di dinamiche pop-rock (Si Tu me Laisses) via via sempre più ardite (Avec Vous), cambiando senza timori registro linguistico (dall’inglese al francese) e approcci cantautorali (dal Dylan di She Belongs To Me a cui sembra rifarsi Croire En Ma Chance, a Mac De Marco). Nel finale Michaux torna a premere sul tasto dell’essenzialità, rinunciando definitivamente alle soluzioni acustiche e puntellando con moog e sintetizzatori sussurri e impasti vocali che rimandano a intrecci d’altri tempi.

Figlio di tanta musica eppure già con un’identità propria, A la vie, à la mort è un debutto più che convincente in grado di mostrare ampi margini di maturità, alcuni potenziali brani da inserire in un’ipotetica playlist dei figli più meritevoli del cantautorato francese e un’idea complessiva che, se ulteriormente limata, potrebbe portarci in dote ascolti ancora migliori.

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