Recensioni

Non ci sarebbe potuto essere contesto migliore, per un Neil Young quasi settantenne, di un festival Collisioni ampiamente improntato alla terza età. E così, dopo i non giovanissimi Deep Purple e Dario Fo, l’ultimo giorno è toccato al cantautore canadese salire sul palco accompagnato dai suoi storici Crazy Horse, che lamentavano però l’assenza di Billy Talbot a causa di un grave problema di salute.

Grande l’afflusso di pubblico nelle terre del Barolo, nonostante le condizioni atmosferiche piuttosto instabili, e grandi anche le aspettative. Ecco che allora molti degli oltre diecimila presenti iniziano a storcere il naso quando, dopo pochi brani, si rendono conto che questo Alchemy Tour 2014 non sarà un karaoke dei più grandi successi dei Crazy Horse. Al contrario, il tour segue un certo percorso tematico improntato alla sensibilizzazione su tematiche sociali e ambientali, che trova un simbolo nelle magliette con la scritta “earth”, distribuite gratuitamente al pubblico e indossate anche dai musicisti sul palco. La scaletta lo ricorda puntualmente in alcuni punti cruciali, e in generale propone una serie di brani perlopiù tratti da lavori dagli anni Novanta in poi. Due brani da Ragged Glory (1990), tra cui quello di apertura, Love And Only Love, la title track di Living With War (2006), addirittura un brano da Are You Passionate? (2002). Insomma, non i pezzi che tutti avrebbero voluto.

Tuttavia, c’è un profondo cattivo gusto e non poca superficialità nel prendersela con un musicista perché la scaletta non ci è piaciuta, e questo è stato il tono di molte discussioni sul web degli ultimi giorni. C’è da dire in favore di Young che è salito sul palco in ottima forma, senza aver perso una sola sfumatura di quella voce stridula e nasale che lo rende unico. Nemmeno si fanno aspettare quei lunghi assoli elettrici che penetrano come scariche ad alta tensione e sono ormai un chiaro marchio di fabbrica. Poco tecnicismo e tutto pathos. Unico grosso scivolone, Blowin’ in the Wind: con un album di cover recentissimo, che bisogno c’era di andare a scomodare il più scontato dei brani di Dylan? I grandi assenti, a ben pensarci, sono i brani di A Letter Home e Americana. Ma forse il pubblico ha bisogno proprio di questo per ritrovare il sorriso, e da questo punto del concerto in poi inizia la parte oldies della scaletta, con Heart of Gold, un’inaspettata e quanto mai ben accetta Barstool Blues e una meravigliosa versione di Cortez the Killer, arricchita dall’usuale parte di improvvisazione. Si chiude in bellezza con Keep on Rocking, e quindi con un inedito e piuttosto striminzito bis, Who’s Gonna Stand Up and Save the World, questo sì, piuttosto deludente.

Terminato il concerto, si realizza che è davvero finito, e – nonostante tutti facciano il censimento dei pezzi che avrebbe voluto – non si può non dirsi soddisfatti. Certo, a vedere i bis previsti nella scaletta e non suonati (Like a Hurricane, After the Gold Rush, Down By the River...) una lacrimuccia scende, ma la prestazione è stata eccezionale e senza un attimo di tregua. Questa volta Neil Young ci ha fatto conoscere un lato oscuro e sottovalutato della sua produzione, che da oggi apprezzeremo un po’di più.

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