Recensioni
Neil Young
Live At Massey Hall, 1971. Archives - Performance Series Vol 03
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Antonio Pancamo Puglia
- 12 Marzo 2007

Meglio farci l’abitudine: quattro mesi dopo il Live At Fillmore East del 1970, ecco una nuova uscita delle Performance Series, collana di live ufficiali legata al mastodontico progetto Archives (la cui partenza ufficiale è prevista entro l’anno con un primo cofanetto di 8 cd e 2 dvd). La maniacalità e la cura nel confezionare il prodotto sono le solite, così come la straordinaria qualità del materiale, sia audio (il concerto in questione era stato registrato professionalmente in vista di una possibile release ufficiale), sia video (il DVD raccoglie l’intera performance, mista a immagini d’epoca in commento alle canzoni); completano il tutto svariate memorabilia, dagli appunti del tour ad immagini esclusive e rare apparizioni televisive e documenti video. Una manna per ogni younghista che si rispetti, certo; ma se questo Live at Massey Hall ha immediatamente scalato le classifiche americane – il migliore risultato raggiunto dal Loner dai tempi di Mirror Ball (1995) -, allora c’è sicuramente dell’altro.
Basterebbe la cronologia: siamo a inizio 1971, a metà strada fra l’uscita di After The Goldrush e la realizzazione di Harvest. Prima di recarsi a Nashville per le registrazioni, Neil si imbarca in una tournée solista per rodare le nuove canzoni; l’intenzione iniziale è di realizzare un album live come il fortunato 4 Way Street di CSNY, ma l’incostante Shakey presto abbandonerà l’idea per seguire l’ambizione che lo porterà a realizzare la sua magnum opus. In ogni caso, quello che viene catturato su nastro il 19 gennaio alla Massey Hall di Toronto è un piccolo tesoro, vuoi per la sola qualità della setlist, vuoi per la resa impeccabile della performance, tra intimismo confidenziale e nuda passione.
Armato di soli piano e chitarra, ricurvo sullo strumento, una tenda di capelli disordinati a coprirgli il viso, Neil snocciola una dopo l’altra le sue gemme, dai giorni dei Buffalo Springfield (I Am A Child, On The Way Home), ai fasti del supergruppo (Helpless, Ohio), passando per gli inevitabili classici, alcuni già acclamati (Tell Me Why, Don’t Let It Bring You Down), altri ancora in nuce (A Man Needs A Maid e Heart Of Gold, unite in un’inedita suite al piano); non mancano inoltre rarità come Journey Through The Past, Love In Mind e See The The Sky About To Rain (qui nel loro innocente contesto originario, strappate dall’aria angosciante di Time Fades Away e On The Beach), e le oscure Bad Fog Of Loneliness e Dance Dance Dance (quadriglia gioiosa, regalata a Danny Whitten per il coevo debutto dei Crazy Horse).
Poche storie, qui c’è tutta l’essenza del Neil Young cantautore: un intero universo di inquietudine, di passione, di fragilità, di poesia senza tempo. Semplicemente imperdibile.
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