Recensioni

8.5

I Settanta respiravano già forte, ma il rantolo dei Sessanta si faceva ancora sentire, e covava dentro qualcosa di glorioso. Neil Percival Young, canadese classe ‘45, era abituato a muoversi in bilico sulla linea d’ombra tra diverse situazioni, geografie, epoche, dimensioni. Lasciati alle spalle i Buffalo Springfield, metabolizzata la parziale delusione dell’omonimo esordio da solista (1968), aveva saputo mettere a segno con Everybody Knows This Is Nowhere (1969) un secondo album che stemperava palpitazioni, irruenza, utopia e disillusione in un crogiolo elettroacustico (ma soprattutto elettrico) che sarebbe diventato un punto di riferimento per ogni futura manifestazione del folk-rock. Quindi avrebbe definito i crismi della propria calligrafia con il bellissimo After The Gold Rush (1970), che ciondolando tra siparietti acustici indolenziti, ballatine di cristallo sporco e strappi furibondi sanciva il passaggio al nuovo decennio, sostituendo gli ideali dei 60s con lo sconcerto, incanalando le speranze in una specie di rabbia sorda, accartocciandosi in un solipsismo poetico sempre più marcato come riparo dal presente e dalle sue prospettive desolate. 

Young e la sua band di supporto più o meno stabile (i Crazy Horse), ovvero una specie di tribù post-hippie, si erano lasciati alle spalle il “decennio veloce” azzeccando una propria via che teneva conto della voga hard (nelle playlist radiofoniche dominavano Led Zeppelin, Free, Deep Purple, Derek And The Dominoes e via discorrendo) ma senza ripudiare l’impronta genetica country folk. La proposta fu premiata da un ottimo riscontro di pubblico, a cui senz’altro aveva contribuito anche l’ingresso di Young (accadde – emblematicamente – proprio a Woodstock) nel supergruppo CSN, acronimo per Crosby, Stills e Nash a cui per l’occasione venne aggiunta una assai significativa Y (preceduta però da una “&” che riassumeva lo status di star anomala e neghittosa del canadese).

Andò così che Young si imbarcò nella carovana CSN&Y per un tour mondiale che mise a segno ben 39 date tra il 1969 e il 1970, a cui seguì la pubblicazione del fortunato Deja Vu (1970) e un ulteriore tour statunitense, da cui venne ricavato il doppio live 4 Way Street (1971), destinato ad arare le classifiche di vendita di tutta quella parte del mondo in cui il rock costituiva moneta corrente. 

Tutto ciò rese ovviamente Young una superstar (con relativo, considerevole tornaconto economico), ma dal nostro punto di osservazione non si può fare a meno di mettere agli atti un interessante effetto collaterale: la collaborazione coi CSN fu una sorta di passo indietro, perché lo incastonava in una visione che doveva ancora molto ai Sessanta, un po’ come se il supergruppo galleggiasse in una bolla pressurizzata nella quale per chissà quale sortilegio l’atmosfera di Woodstock – quel patchwork di ebbrezza, speranza e impegno, quella concreta determinazione all’utopia – continuava a rigenerarsi ad libitum. Ma quattro personalità così forti, anche dal punto di vista prettamente artistico, non potevano farsi ombra l’un l’altra per molto tempo: dopo alcune turbolenze anche assai aspre – celebre l’episodio in cui Stills rubò la scena agli altri durante un’esibizione al Fillmore East del luglio 1970 – l’avventura giunse al capolinea.

Per Young fu un evento quanto mai opportuno, giacché gli permise di raccogliere quanto seminato nei mesi precedenti – il momento di grazia era tale da avergli consentito di sfornare ottime canzoni anche in mezzo al guado dell’esperienza CSN&Y – e spremere ulteriormente l’ispirazione. Harvest iniziò così a prendere vita. Alcune tracce vennero incise nel febbraio del ‘71 ai Quadrafonic Sound, gli studi che Elliot Mazer aveva da poco aperto a Nashville, dove il canadese fu invitato dopo la sua partecipazione al The Johnny Cash Show. Per l’occasione vennero reclutati musicisti di vaglia come Kenny Buttrey, Tim Drummond e Ben Keith – una compagine che assumerà il nome di Stray Gators – a cui si aggiunse l’amichevole partecipazione (ai cori) di James Taylor e Linda Ronstadt

Oltre a Bad Fog Of Loneliness, Dance Dance Dance (che non finiranno nella scaletta definitiva) e Old Man (un’invettiva aspra e struggente che gira la lama nell’ambiguità del conflitto generazionale), il pezzo da novanta uscito dal cilindro di quelle sedute fu Heart Of Gold, probabilmente il più noto tra i classici younghiani, una folk ballad radiosa seppure attraversata da un indolenzimento amniotico, come se il punto di vista galleggiasse dentro e fuori dalla narrazione, quindi annidato nel cuore aspro del mondo ma anche in grado di osservarlo dall’alto. 

Di fatto questi pezzi costituivano già il nucleo dell’album, del quale avrebbe fatto parte anche The Needle And The Damage Done, incisa live alla Royce Hall della UCLA alla fine di gennaio, un folk vacillante e spiegazzato, intenso e al tempo stesso flebile come la fiamma di una candela quasi esaurita in una stanza buia: impossibile non pensare quanto il testo costituisse una sconcertante preveggenza della morte di Danny Whitten che avverrà nel maggio del ‘72, evento destinato a segnare in profondità la vita e le prove successive di Young. 

Altre tessere del puzzle videro la luce a Londra sul finire di febbraio, dove il Loner si era recato per uno show al Royal Festival Hall: assistito da Jack Nitzsche e ingaggiata la London Symphony Orchestra, dal cilindro uscì la pastorale There’s A World e una A Man Needs A Maid nella quale – tra un pianoforte lunare, pennellate di legni e il mantice degli archi – Neil racconta con franchezza diafana e sconcertante le circostanze che lo videro innamorarsi dell’attrice Carrie Snodgress (dopo averla vista interpretare in Diary of a Mad Housewife una parte che “poteva capire”). 

Appare già chiaro quanto Harvest, giustamente considerato uno dei lavori più classici di Young, sia tutt’altro che un album omogeneo, sia dal punto di vista stilistico che progettuale. La sua realizzazione fu a tutti gli effetti un navigare a vista, seguendo la bussola di un’ispirazione che tornò a puntare nuovamente su Nashville, dove in aprile videro la luce altri pezzi cardinali, la laconica ma ipnotica title track, una outtake del livello di Journey Through the Past e soprattutto Out On The Weekend: si tratta forse di una delle più celebri opening track di ogni tempo, simile per la capacità di introdurre nell’atmosfera dell’album – di creare una vera e propria dimensione – a quanto avrebbe fatto Five Years per l’epocale e di pochi mesi successivo Ziggy Stardust

Il passo da ballata di Out On The Weekend sembra mettere in scena un falso movimento, un procedere riluttante, illusorio, all’interno di un malanimo sordo (dovuto a non meglio specificate pene d’amore) che non prevede via d’uscita: c’entra forse anche il fatto che Young aveva reali problemi di deambulazione in quel periodo, a causa di un infortunio alla schiena che lo spinse a sottoporsi a un intervento chirurgico. In ogni caso, e tenuto conto del taglio elusivo – quando non enigmatico – che spesso caratterizza il linguaggio di Young, questa canzone sembra eccedere le circostanze personali e farsi carico di un senso addirittura epocale: è come se simboleggiasse il procedere verso un’età sospesa, l’ingresso nel fragile cul de sac che segue l’apice di una fase aurea e ne anticipa il crepuscolo.  

Le altre canzoni in scaletta vennero realizzate nel ranch californiano di Young, dove il canadese aveva riadattato un fienile a sala d’incisione. Suonate con gli Stray Gators – ai quali si unì Nitzsche a piano e lap steel – e impreziosite dai cori di Crosby, Nash e Stills, sono tracce grezze, terrigne, intrise di un’irrequietezza ora briosa e ora cupa, vale a dire l’ultimo lato del triangolo poetico/estetico dell’album: se Are You Ready For The Country e Alabama sono riflessioni sardoniche e aspre sul patriottismo imperialista e sul razzismo endemico (ma anche sfuggente e obliquo) che Young respira nel Paese in cui ha scelto di vivere (e di cercarsi), Words costituisce invece una sorta di fermo immagine solipsista, lo sguardo attonito di chi si appresta a oltrepassare “la linea dell’età” (il compleanno? Il passaggio tra i due decenni?) e all’improvviso avverte la cappa opaca dell’incomunicabilità, l’insensatezza strisciante annidata nelle relazioni umane, il passo inerte dei sentimenti.

Politico e personale si danno il cambio e compenetrano quindi come sostrato dell’espressione, quasi a presagire quel processo politico e culturale che attraverserà i tumultuosi Settanta fino a sfociare nel riflusso degli Ottanta. Ma tutto ciò in Harvest è ancora allo stato di incubazione, mantiene la fragilità ipnotica della crisalide, il fascino sottilmente angoscioso degli eventi in equilibrio sul crinale delle possibilità. Tutto in questo disco sembra metabolizzare qualcosa di livido che è accaduto, che si è spento con il tonfo sordo di ciò che crolla sulle proprie stesse promesse, tuttavia non è tempo di resa, anzi si avverte ancora il bisogno della ricerca, l’attrazione magnetica di una qualche frontiera, da cui un cercare che definisce uno spazio, la percezione di sé in un frangente storico e biografico che la musica ha il potere di immortalare.

In questo senso, Harvest è davvero ciò che viene subito dopo After The Gold Rush, il fotogramma successivo. Si pensi alle copertine: in quella di After, uno Young trafelato si guarda intorno, è una figura transitoria in un paesaggio urbano che lo sconcerta, tanto da deturparne l’aspetto, rendendo palese così la sua natura di intruso, di alieno. Quella di Harvest invece non prevede un suo ritratto, ma solo un testo – in un elaborato font western – che sormonta un cerchio arancione (un sole stilizzato) al centro di uno sfondo giallognolo (il colore del grano maturo, o del deserto, o del cielo in certi crepuscoli dorati). Proseguendo sul filo della metafora, rimane il dubbio – cruciale – se si tratti dei titoli di coda alla fine di un film o quelli di testa all’inizio di un nuovo film, ma è invece certo quello di cui la pellicola parla: un passaggio di tempo, la sensazione straniante di paradigmi che vacillano e collassano nella cuspide tra due epoche.   

Sia come sia, il Loner scompare, inghiottito da una (anzi sublimato in una) dimensione ambiguamente rurale, sotto la pellicola tiepida di un canone musicale che vede in Nashville un approdo rassicurante, fatti salvi gli spettri che si agitano sotto la sua superficie. Con i quali infatti Young inizia immediatamente a dialogare, attraversando lo specchio buio di quell’ennesimo falso approdo.

Lo farà sempre di più, come sappiamo, negli anni e nei dischi successivi.       

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