Recensioni

In un flusso di uscite incessante che difficilmente lascia traccia, Demilitarize, secondo album di Nazar, emerge come un evento raro: un lavoro atteso, sofferto, capace di aprire una frattura osservabile nel tempo musicale che lo circonda. Ciò per l’unanime giudizio più che entusiasta sul precedente Guerrilla (ormai 5 anni fa scrivevamo di “un lavoro pieno di tensione narrativa verace, declinata secondo criteri espressivi senza fronzoli, cruda ed emotiva”) ma anche per la sua lunga e travagliata gestazione, passata attraverso condizioni di salute precarie e stravolgimenti globali.
Il nostro, poco dopo l’uscita di Guerrilla a inizio 2020, si è scontrato con una brutta serie di problemi medici, scatenati dal Covid e poi peggiorati a causa di una tubercolosi latente e di conseguenti difese immunitarie deficitarie. Questo ha significato per Nazar fare i conti con sensazioni tanto universali quanto inattese; sentirsi vulnerabili, non autosufficienti, precari. In poche parole, rifugiarsi in una dimensione privata e personale. Proprio da questa ha preso forma Demilitarize, lavoro che già dal titolo si pone in aperto dialogo/contrasto non solo con il precedente, ma in definitiva con un immaginario complessivo che aveva circondato gli esordi dell’artista angolano-belga.
Il discorso attorno al quale si articola il lavoro resta allora autobiografico e personale: tuttavia laddove, cinque anni fa, era centrale una storia familiare rielaborata, esorcizzata e affrontata tramite una espressione sonora che faceva del kuduro angolano un sostrato fertile per contaminazioni bass dal continuum hardcore, oggi lo spettro di Nazar si arricchisce di un carattere per certi versi ancora più intimo, testimoniato – anche – dal suo debutto al microfono. Il risultato è un corpus di brani che si muovono verso coordinate decisamente più ariose rispetto al passato, al confine tra sogno e veglia, tra gli esperimenti di sintesi IA dell’ultimo Lee Gamble e una realtà in cui le tracce vocali sembrano annegare il proprio significato in una sorta di sonniloquio composto da mantra e glossolalie.
Dunque a raccontare l’atmosfera, più dei testi, è soprattutto un ottimo (come ci ha d’altronde abituati) lavoro di composizione e sound design, che si fa subacqueo e attutito, quasi fosse in una bolla: War Game, in cui l’energia ghetto-tech viene avvolta da un liquido amniotico di synth che piano arrivano a sommergerla, o una Safe e una Unlearn accomunate da rimuginazioni vestite di autotune sulla scenografia di una 2-step fumosa. È un disco che procede per scenari urbani, in questo Burial è ancora un punto fermo irremovibile, eppure Nazar non solo conferma di aver fatto propria la lezione di Bevan (era chiaro già cinque anni fa, lo è ancora, si veda alla voce Open), ma si dimostra capace di parlare un linguaggio più ampio, per esempio quando in Disarm si avvicina perfino alla radicalità di certe manipolazioni sonore acusmatiche o ancora la conclusiva DMZ, splendido gospel futurista destrutturato.
Demilitarize, quindi, è un disco che racconta di una fase nuova, se vogliamo più riflessiva ma non per questo meno avventurosa nella traiettoria di Nazar. Lasciata indietro la pesante eredità emotiva raccontata in Guerrilla – sembra davvero digerita e elaborata – oggi è il momento di deporre le armi, costruire e raccontare a partire da sé stessi e non più dall’esterno (e quindi ecco la voce, e quindi ecco venire in parte meno i sample). Dopo l’attacco sonoro furioso partito già da Enclave, non siamo davanti solo a un atto di disarmo, ma anche un disco che costruisce mondi: ricco di suggestioni ipnagogiche, visioni in bilico tra sogno e memoria, segnato da un’intensità emotiva che non si affida alla violenza, ma all’evocazione – una nuova, sorprendente forma di radicalità.
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