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7.2

Nel grande revival synth-pop degli ultimi quindici anni, affollato di cloni e nostalgie, i Nation of Language si sono distinti per aver saputo guardare oltre l’illusione consolatoria della retromania, avviando a partire da Strange Disciple una peculiare metamorfosi. Se agli esordi lo scarto rispetto a un (pur impeccabile) omaggio all’età d’oro del genere era minimo, con Dance Called Memory il percorso trova compimento: il trio imbocca una ballabilità new wave come portale verso un discorso più intimo, dove la fragilità del presente dialoga e si scontra con i fantasmi del passato.

Il DNA di Human League, Brian Eno, OMD e Talk Talk, evidente già nel singolo apripista Inept Apollo, viene ri-sequenziato in una sintesi personale che mette al centro un canzoniere agrodolce, scavando con schiettezza brutale nelle crepe dei rapporti umani – la cura, la perdita, l’amicizia. Nell’inquietudine sotterranea di Now That You’re Gone ritmiche glaciali ed elettronica scarnificata fanno da contrappunto a un tema umanissimo come il lutto; in I’m Not Ready for the Change, un’energia propulsiva, quasi pop, avvolge la paralisi e lo smarrimento confessati nel testo. È qui che i Nation of Language eccellono: nel creare musica calda per raccontare storie fredde.

Ma l’orizzonte di Dance Called Memory non si esaurisce qui. Con il quarto album – il primo per Sub Pop – il trio amplia ulteriormente i propri confini, complice la produzione di Nick Millhiser (LCD Soundsystem). La scommessa più audace risiede nelle deviazioni dal percorso maestro, nei momenti in cui i sintetizzatori si fanno da parte: brani come Can You Reach Me? o Nights of Weigh mettono in scena una nudità inedita, lasciando spazio a trame acustiche e a una vulnerabilità che vira verso il folk. In questo territorio meno battuto, i riferimenti non guardano più solo agli anni ’80, ma si collegano a una sensibilità psichedelica e pastorale contemporanea, evocando le derive sognanti di artisti come Animal Collective o i primi MGMT. È la prova che il vocabolario della band si sta aprendo a un futuro tutto da scrivere.

Se c’è una critica da muovere a Dance Called Memory, è la stessa già mossa al lavoro precedente: al netto dell’intelligenza e del gusto compositivo, manca l’affondo da K.O., le canzoni capaci di bucare davvero, quelle che ti spalancano le porte al mainstage e al sing along. Ma forse ai Nation of Language non dobbiamo chiedere di essere i Prefab Sprout. E va benissimo così.

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