Recensioni

Nella musica di Nadah El Shazly c’è una fertile tensione tra radici e futurismo, capace di attraversare con disinvoltura territori sia sonori che performativi. Compositrice, produttrice, vocalist e attrice, El Shazly è nata e cresciuta al Cairo, ma ha consolidato il suo percorso artistico tra Europa e Canada – dove oggi è di stanza a Montreal – portando con sé un’eredità musicale araba che diventa punto di partenza per una costante messa in discussione dei registri pop tradizionali.
Nel 2016, con l’esordio Aswan aveva intrigato con una miscela di elettronica destrutturata, strumenti mediorientali e una voce dal timbro liquido e duttile. Negli ultimi anni, poi, la sua ricerca ha assunto tratti ancora più netti e radicali, grazie anche a collaborazioni come quella con Elvin Brandhi (metà del duo Yeah You) nel progetto Pollution Opera, dove voce, rumorismo e teatro performativo si fondono in forme ibride, ai confini della cacofonia.
Il nuovo materiale raccolto in questo Laini Taini prosegue su questa scia ma si apre anche a un’immaginazione più melodica e stratificata. L’opener Elnadaha si dipana in loop di organo a passo cadenzato e melodie di gola, per accompagnare in un mondo di specchi. Eid, uno dei brani chiave, si muove su un beat rallentato, quasi impastato, dove linee d’arpa sognanti si intrecciano alla voce di El Shazly, che qui fluttua tra arabeschi vocali e cadenze liriche. L’effetto è quello di una ballata spezzata, sospesa tra fiaba e incubo.
Su Dafaa Robaai l’artista cambia registro, dando spazio a ritmiche più marcate e distorte, con un cantato che si fa viscerale, bagnato di rabbia e tensione, mentre in chiusura, con Ghorzetein, ritorna protagonista la destrutturazione di cui sopra a un livello ancora più estremo: una traccia abrasiva, satura di interferenze, ruggine industrial e pulsazioni sghembe, che evocano un caos controllato ma viscerale, dove il pop emerge solo come eco lontana.
El Shazly muove la sua ricerca in un ecosistema sonoro affine a quello di artistə come Rasha Nahas, Fatima Al Qadiri, o certi lavori di Moor Mother: voci diasporiche che rielaborano in chiave personale le memorie del mondo arabo, fondendo spoken word, performance, elettronica e noise in una forma musicale identitaria e profondamente politica.
El Shazly non offre risposte semplici, ma costruisce percorsi tortuosi, fatti di frammenti, collisioni, richiami ancestrali e rotture contemporanee. Un nome che prova a disegnare traiettorie imprevedibili nel paesaggio sonoro globale, e dunque una delle voci più originali della sperimentazione trans-culturale di oggi.
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