Recensioni

Piccole grandi donne in rivolta, recalcitranti come mustang indomiti. Motti di spirito, arditi impeti, amara ribellione puberale in una prigione casalinga, angusta, culturale, sono gli elementi che sostanziano la trama di un film che vede protagoniste cinque giovani fanciulle, sorelle, orfane, sguardi vividi come albe.
La presenza in casa severa, castrante, punitiva dell’uomo guardiano del gineceo. Lo zio Erol, burbero e conservatore, garante della castità delle nipoti, tutore e depositario indiscusso del loro divenire. L’odiato parente pone sulle giovani ragazze Lale, Nur, Ece, Selma e Sonay un sigillum destinato a preservare da un lato il loro candore virginale, dall’altro lo status quo di una società che vieta alle donne ogni afflato libertario. Di qui un progetto e un modello di vita al limite dell’asfissia.
Sullo sfondo il mar Nero, con le sue schiumose increspature, accompagnato a una natura rigogliosa e benevola a far da teatro e mise en scéne di un’innocente evasione estiva, presto scoperta dai famigliari delle cinque donne in erba. Una mattina, conclusa la scuola, le sfacciate sorelle si abbandonano alla luce dell’estate appena esplosa con giocosa innocenza. Spinte da un irrefrenabile desiderio solenne di evasione, che assumerà i connotati di una condanna, si tuffano in mare insieme ad altri coetanei maschi compagni di scuola. Tra risate e giochi in mezzo alle onde si insinua lo scandalo.
A Inébolu, villaggio contadino a 600km da Istanbul in cui lo scenario filmico si dispiega, il panopticon umano sorveglia indisturbato ogni “anomalia” ed eccesso di zelo con il suo occhio invisibile. La disturbante delazione da parte delle donne del villaggio, muove lo zio Erol ad un’azione di strenua vigilanza sulle “svergognate” nipoti. Quest’ultime, colpevoli di aver trasgredito alle inibizioni di una cultura rurale e patriarcale con la loro felicità compulsiva, si trovano a fare i conti con una inquietante punizione. Sbarre d’acciaio a porte e finestre, simbolo di detenzione e divieto assoluto di ogni intenzionale apertura verso un’altrove spudorato e corrotto. Poi il soffocante odore stantio di un rigido schema comportamentale che relegherebbe le donne, secondo l’anacronistica tradizione turca, ad una condizione di perfette “massaie” pronte ad esser consegnate, vergini, ai più baldanzosi pretendenti di sesso opposto. Lo scopo? incarnare e realizzare l’ottuso condizionamento sociale, unica virtù.
La rabbia delle cinque ribelli che fa da corredo a questo stato di cose, incalza. Il quintetto scalmanato tenta con successo una “fuga” dal carcere domestico per recarsi allo stadio a tifare per il Galatasaray. E questo è troppo! Se la forza del gruppo sta nella loro profonda coesione, piano piano ognuna di loro, in ordine d’età, esce opportunamente di scena con un matrimonio combinato. Una sera, a cena durante il solito pasto indigesto, il cerchio si chiude su Ece, una delle tre sorelle ancora rimaste in casa. La voce inflessibile dello zio Erol interrompe gli sguardi complici e le risatine sommesse delle tre sorelle intimando ad Ece di abbandonare la stanza. Ece si alza, in silenzio procede con passo pesante fuori, fino all’epilogo.
Un film coraggioso, ben diretto e ben interpretato, che mescola insieme l’extra-ordinario fiabesco a un più immanente realismo crudele. Dipinto drammaticamente attuale, senza troppi orpelli moralistici. Un manifesto politico che nella sua apparente ingenuità veicola un’ostinata provocazione e denuncia della sottomissione, dominio e possesso della donna nella cultura turca e islamica. La colonna sonora è di Warren Ellis.
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