Recensioni

A distanza di sei anni da Varcharz – e dalla collaborazione con Mark E. Smith come Von Sudenfed – i Mouse On Mars tornano con un album d’elettronica massimalista che riporta diritti alle produzioni più eclettiche del duo.
Restringendo il campo a un funk elettronico di tastiere, ritmi ed effetti e qualche campione, eliminando cioè gli inserti acustici che tanto peso hanno avuto nella fase adulta del sound, la coppia sperimenta una sorta di album anti organico tutto spasmi e cambi d’abito, un’orchestra per macchine per dirla con St Werner, un prisma roteante con il quale riflettere un’intera carriera: dal glitch (i Microstoria che peraltro abbiamo già ascoltato nell’ovalDNA resuscitati in Gearnot Cherry) all’Exotica (The Beach Stop, Inmatch), dal pop di Radical Conncetor (Metrotopy, Polaroyced) fino all’acid più europeista (Seaqz).
Ottovolante ipercinetico ma senza un reale presupposto, Parastrophics oppone freschezza e gioventù sacrificando ironia e senso del gioco: difetti di fabbricazione che comportano costi anche molto alti (The Know You Name si risolve in un confuso pigiare di tasti missato con il pop che già aveva stancato nella prova precedente, Syncropticians è come dire Tahiti senza Iahora, il marasma di Imatch evidenzia l’impossibilità di un confronto con gli Autechre).
Non rinunciando al compiacimento tecnico (l’utilizzo di innovativi software musicali già sviluppati nei recenti live project come Paeanumnion) e a compromessi pop lounge, queste tracce non possiedono né la forza dell’impro di Varcharz (raggiunta soltanto in Chordblocker, Cinnamon Toasted) né la spinta del layering creativo delle prime prove.
Un album che ti chiama come una sirena non promette niente di buono.
Amazon
