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Contrariamente a quanto potrebbe far pensare il titolo, il quarto album del cantautore pisano non è la chiusura di un percorso, né tantomeno un addio alla sua attività: piuttosto l’inizio di un percorso nuovo sotto vari punti di vista, e la musica del titolo è una metafora che indica che si è chiusa una fase, personale ma per certi versi, ritiene l’autore, anche storica.
Un nuovo produttore e un nuovo modo di lavorare: sia nella scrittura, che smette di essere individualista e che cerca nuovi punti di vista al di fuori della dialettica “io / tu” allargandosi anche a qualche collaborazione, sia nel cercare di semplificare davvero (“il disco scorso si chiamava Semplice ma alla fine c’erano comunque 150 tracce [strumentali]”, ha dichiarato in un’intervista.
La cifra stilistica resta comunque riconoscibile, in quell’equilibrio tra una formazione alternative e l’afflato verso il pop, ancorché personalizzato dalle sue melodie di una cupezza straniata ben resa dal suo inconfondibile timbro vocale, e senza che la voglia di una maggiore semplicità, anche in vista dei concerti, che ritiene siano la sua dimensione preferita, vada a scapito della ricchezza sonora.
Così partiamo dall’amore inquieto e temuto dei due “marginali” nel valzer allo stesso tempo delicato e solenne di Anime perse all’alzata di orgoglio di Per non pensarci più, dalla baldanza ottenuta con un arrangiamento che strizza l’occhio a Devil’s Haircut di Beck; Titoli di coda rivendica anche qui marginalità, con un intervento di Willie Peyote che però risulta prevedibile, non assolvendo così alla funzione prevista di climax della canzone, Alice è una dedica a sua sorella, anche lei musicista, un brano da cantautore classico, che rischia il sentimentalismo nel lirico intervento di Giovanni Truppi, e un Intervallo strumentale chiude il primo lato dando un po’ di spazio alla vena rumorosa del cantautore.
Il secondo lato si apre con l’electroboogie della canzone che dà il titolo del disco, tra constatazione del disastro attuale e voglia di ripartire secondo linee chiare (“la fine di quest’altra vita è appena cominciata […] la musica è finita, andiamo via / il mondo stacca l’elettricità / ci vuole un senso una filosofia / un po’ di luce nell’oscurità”), il cui fragore viene seguito dal dialogo amoroso di Scusa, scritta con Jeremiah Freites dei Lumineers, che parte sommessa poi sale ad aprirsi. Il migliore dei duetti arriva con Maledetta voglia di felicità, a due voci a Ginevra, una sorta di mambo elettronico insieme trattenuto e sfacciato, mentre l’accorata Se non avessi avuto te annuncia il finale con Quello che ancora non c’è, una ballata dalle strofe leggermente rappate che potrebbe anche avere fortuna sia radiofonica sia come cover da parte di qualche cantante più leggero, mentre Per sempre alza di nuovo i giri per un dialogo d’amore anch’esso tra pop e rock realmente indie in cui l’autore riafferma uno dei significati del disco dicendo “io non riesco ad esser quello che non sono più”.
Una ripartenza che, anche se rimane nelle coordinate consuete dell’autore, si presenta con buona ispirazione e una vivace varietà di stili. Chissà se in futuro l’ex Criminal Jokers accontenterà la segreta speranza che aveva chi scrive, ovvero quella di una svolta più seria verso quelle sonorità mediterranee che avevano portato all’eccellente riuscita del suo set del Primo maggio recente (ci manca invece la successiva tournée con un gruppo diverso ma sempre su quello stile, anch’essa interessante a sentire i resoconti), e resta l’impressione che il suo miglior disco debba ancora farlo; ma l’album è una prova che, se c’è stata una crisi che ha portato alla scelta di cambiare, questa non fosse davvero una crisi di ispirazione.
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