Recensioni

7.3

Il disco della (fine) estate che non t’aspetti arriva da un insospettabile. Dietro la sigla Moonface si cela infatti Spencer Krug, chitarrista con un discreto background alle spalle in ambiti indie: in primis coi Wolf Parade, inoffensivo gruppo indie-pop venato di wave con una coppia di buoni album alle spalle (Apologies To The Queen Mary e At Mount Zoomer), poi di volta in volta in mille progetti collaterali tra cui da ricordare sono Frog Eyes, Swan Lake e Sunset Rubdown.

Già la lunghezza dei cinque pezzi, in media oltre i sette minuti, è un indizio di libertà e poca aderenza agli stilemi pop prestabiliti trafficati con le band-madre, così come il titolo prende le mosse dalla riflessione sonora di Krug: se l’ep d’esordio Dreamland conteneva nel sottotitolo il modus operandi utilizzato dal nostro (Marimba And Shit-Drums, nient’altro) per esporre nei venti minuti della sua unica traccia un concentrato di psichedelia onirica e aliena, anche questo Organ Music… reca ben riconoscibile la propria matrice. Nato per superare le intense giornate invernali nella natia Montreal e incentrato il lavoro su vibrafono e voce, Krug ha visto man mano crescere l’apporto dell’organo fino a stravolgere l’idea iniziale e a lasciarsi andare completamente ad una marea montante di experimental pop decisamente sorprendente.

Delicatezza e semplicità di tocco mista a intricate elaborazioni strutturali memori del Brian Eno più pop dei primi album. Questo il sunto in una riga o poco più di Organ Music…, ma sarebbe riduttivo finirla qui, perché perle come Whale Song (Song Instead Of A Kiss) (una suite tesa e malinconica benedetta da Eno), Return To The Violence Of The Ocean Floor (una giostra lucente di scintillii prog e bambineschi ghirigori), Fast Peter (techno retrofuturista da vertigini), Shit-Hawk In The Snow (i Suicide su Marte con una super8) e Loose Heart = Loose Plan (scombinate ipotesi di un Wyatt cresciuto nei sobborghi Canterbury, oggi) meritano tanta attenzione quanti sono gli strati con cui sono costruite. Non ce lo aspettavamo da Krug un disco del genere ma lo accogliamo a braccia aperte.

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