Recensioni

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Autunno, tempo di vellutate. Di zucca, ceci, carote o come volete. Delicata e bucolica è anche la cifra sonora dei Modern Nature, che per essere un ensemble di undici elementi ne fanno poco di rumore, pochissimo. Un alito, un soffio. Il combo è la creatura di Jack Cooper (Mazes, Ultimate Painting), che del progetto è leader in tutto e per tutto (scrive, arrangia e produce). Però l’afflato – giura lui – è partecipato: «Credo che la caratteristica più importante di questa musica sia il collettivismo. Ogni aspetto che la riguarda, dalla ritmica alla melodia, al timbro, alle dinamiche, non sono in capo a un solo strumento, ma a tutti».

No Fixed Point In Space è la terza prova lunga dopo dopo l’esordio del 2019, How to Live, e il sophomore Island Of Noise (2021). Sette brani abbastanza dilatati nella durata – 6, 7 minuti in genere, i più brevi di poco inferiori ai 5 – originali anche se non proprio «qualcosa di mai sentito prima», come li presenta l’autore; ma di certo freschi, pulsanti, ricchi di spunti e a loro modo in controtendenza in tempi di ascolti “liquidi” oltreché apparentemente contro il logorio della vita moderna, a ribadire la centralità del mondo naturale che qui si è come cercato di riprodurre in musica, o per meglio dire riprodurne la heat map, con esiti pari alle rimarchevoli intenzioni. Una sequenza magica, sospesa, immaginifica, ma anche verace, improvvisata, che fa a pezzi la sintassi musicale ma allo stesso tempo è rigorosa, accademica, senza per questo suonare saccente. Elaborata ma in fin dei conti accessibile. In qualche maniera le canzoni (?) si somigliano tutte ma ciò paradossalmente non è un limite. Non c’è quasi stacco tra l’una e l’altra e ognuna sembra iniziare quando la precedente non è ancora finita (o viceversa, fate voi).

I MN la natura ce l’hanno nel nome e la fan pure protagonista dei loro video. Quelli abbinati ai due singoli di lancio mostrano rispettivamente stormi d’uccelli in volo inquadrati da un molo al tramonto (Murmuration) e un piano sequenza con una scena ripresa in lontananza che si svolge nel pieno di una foresta (Cascade). Un vedutismo in versione settima arte. Ma quello che più conta è assecondarla, la natura, effigiarne i refoli di calore, o il diagramma di flusso, con un free jazz languido, sghembo, disturbato ma allo stesso tempo in pace col mondo, a base di teneri pizzicotti alle corde di chitarra acustica, furtivi contrappunti d’archi, flebili sbuffate di fiati, morbide percussioni non più che accennate e un cantato che – afferma lo stesso leader – «non è più importante di una linea di basso». Ne risulta una mistura sofisticata, stratificata, benché pastorale, si immaginino i These New Puritans, ma meno psicotici; tuttavia la prossimità è anche con i Tindersticks più cameristici, i Tortoise più campestri e se volete pure i Talk Talk meravigliosamente dissennati di Laughing Stock. Nondimeno, Cooper ci mette del suo: in Orange s’inventa intrecci vocali gilmour/watersiani arricchiti da richiami al brit folk d’annata scuola Simon & Garfunkel; in Sun rievoca il cantautorato prog rock anni ’90/’00; e nella conclusiva Ensō chiama a prestar servizio l’ugola preziosa di Julie Driscoll, leggendaria cantante prog/jazz rock molto popolare negli stessi Sessanta/Settanta.

Più ardua da giustificare è semmai la prima parte del nome del marchio, visto il piglio estetico dell’impresa poco attinente a concetti come tecnica e progresso. Qualsiasi cosa che abbia anche solo lontanamente a che vedere con cultura del presente, ritmi indiavolati e bulimia di contenuti, poco sembra sposarsi con un’opera che va sorseggiata amabilmente anziché deglutita di colpo, un ascolto per il quale bisogna predisporsi, rilassarsi, prendersi – meglio: reclamare – del tempo. Di odierno i Modern Nature hanno poco, e la qual cosa, al giorno d’oggi, è una medaglia da appuntarsi sul petto.

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