Recensioni

La carriera di Moby si può dividere in tre fasi: techno di buon livello e sporadiche incursioni ambient (fino alla seconda metà dei ’90), la svolta dei famigerati campionamenti blues downtempo (Play, 18), e già dal 2005, una veloce discesa verso ibridi electro-pop di poca sostanza (Hotel) e revival pallidi (All Visible Objects versante dancefloor, Resound NYC e Reprise, entrambi su Deutsche Grammophon, per rivisitare i successi commerciali e vecchi brani di repertorio).
L’interesse per i lavori di Moby, oggi, è diretta conseguenza del grande successo commerciale di Play. Durante una cena con un amico a Manhattan, Moby scopre Sounds of the South, collezione di vecchie registrazioni blues, e i field recordings di Adam Lomax, che per una vita ha documentato e registrato la musica degli schiavi del sud. Il taglia e cuci è massiccio e il risultato è sorprendente dal punto di vista commerciale: Moby se la gioca alla pari con le grandi rockstar di inizio millennio, e lo star system di quegli anni lo vive davvero, tra eccentricità e situazioni da “little idiot” (moniker che Moby fa suo già da tempo) – come raccontato nel libro Then It Fell Apart, i presunti flirt con Natalie Portman e Lana Del Rey, entrambi negati dalle controparti, la fantomatica band heavy metal con Pantera e Tommy Lee, l’amicizia con David Bowie. Non a caso, sulla scia delle continue celebrazioni di un tempo che fu, a 25 anni dalla pubblicazione, Play è oggetto di un tour che lo riporterà a suonare dal vivo.
Dopo 18, secondo capitolo blues che non poteva umanamente bissare i numeri del predecessore, con un modus operandi ormai saturo – ma Play ha veramente rappresentato un’intuizione originale, questo va detto -, Moby si rifugia in un mondo pop tanto eterogeneo per generi citati (negli anni, c’è l’album più electro-rock, quello più ambient, i pezzi worldbeat, le rivisitazioni orchestrali, ecc.), quanto asettico con il suo manierismo da preset.
Always centered at night, autoprodotto, non sposta molto da quello che sono i dischi di Moby da quasi vent’anni a questa parte. Produzione esperta e pulita, album intimo a tinte scure, un featuring alla voce per ogni traccia quasi a nascondere una certa mancanza d’ispirazione, e ancora una volta si gioca alla citazione convenzionale. On Air con parvenze muzak electro-pop in un crescendo di archi, Feelings Coming Undone è un take house 90s senza presa, Medusa altrettanto ma lato drum’n’bass, Ache For cerca di ristabilire una connessione emotiva tipo Porcelain o Natural Blues, ma il contesto simil-jazz liofilizzato non aiuta – e purtroppo non riuscivamo ad aspettarci altro dal consumato producer oggi di stanza a Los Angeles.
In questo senso risulta difficile dare il giusto peso al sermone postumo di Benjamin Zephaniah (Where Is Your Pride?) e ai numeri tutto sommato riusciti come Sweet Moon, con Choklate, blues elettronico a bassi bpm, che volendo proprio cercare parenti lontani possiamo accostare a certi umori bucolici altezza Air in Talkie Walkie.
Fosse un disco di esordio, prenderemmo nota di alcune intuizioni da capitalizzare in futuro; ma il nostro sa quello che fa, con i suoi tre decenni abbondanti di musica alle spalle. Quindi, questo è il sound di Moby del 2024, e così ce lo teniamo. Troppa l’esperienza accumulata dal producer di New York per farci pensare a un disco cercato ma non riuscito, questo è un lavoro voluto, e probabilmente è il successo planetario al volgere del millennio che ha permesso e permette al nostro di concedersi album così, tra un finto nuovo pre-impostato e il revival inconcludente, che sicuramente soddisfano il suo gusto personale, ma che non hanno particolari velleità di ricerca sonora, né di auspicabili cambi di direzione – qualsiasi direzione, basta che sia un cambio di sostanza per un paio di lavori – rispetto a una discografia oggettivamente in fase calante.
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