Recensioni

7.4

Oggi più che mai i Mission of Burma sono candidati al titolo di miglior “secondo atto” del rock, almeno degli ultimi anni. Gli album pubblicati dal 2002 sono ora quattro, più di quanti il complesso di Boston avesse dato alle stampe nella sua prima vita. Ma la buona notizia non riguarda tanto la quantità, piuttosto la qualità che i mai troppo celebrati pionieri sono ancora in grado di offrire.

Pionieri o meno anche nella reunion, che è ormai un vizio comune, i Mission of Burma hanno però un termine di paragone obbligato, i Wire. Il “secondo tempo” degli americani sembra modellato sul ritorno del gruppo inglese, che già li aveva ispirati alle origini. E ai Wire (a quelli più maliosi di 154, e in particolare di The 15th), più ancora che a Tom Verlaine, fa pensare Second Televison. Descritta in breve: il “solito” numero da equilibristi tra una melodia soffice e una serie di piroette strumentali che a strappi conduce verso un finale tanto a sorpresa quanto – soprattutto – in travolgente crescendo.

Si comincia in realtà da Dust Devil, un pungente funk-punk, mentre le successive Semi-Pseudo-Sort-Of Plan, Sectionals in Mourning e This Is Hi-Fi non sono altro – scusate se è poco – che esercizi alla MOB. Ovvero, variazioni sul breve e sul veloce, diremmo sullo scatto – o sullo scarto –, elette a principio assoluto in fase di scrittura. L’incastro tra combinazioni armoniche, melodiche e metriche giocate su ritmi sincopati e nervosi, tra chitarre stridenti e un basso essenziale e dinamico. In cui arriva sempre il riff o il refrain che ti porta via, ma magari dove non lo aspetti; oppure il tocco singolare, che può essere, per esempio, il suono dei fiati in Add In Unison (quale titolo migliore).

“Solito” per dire che di questo taglio compositivo i Mission of Burma rimangono dei veri maestri, musicisti per cui il singalong va a braccetto con la sperimentazione e la ricerca con la brillantezza del miglior punk rock. Gli spunti che altre band dilaterebbero all’infinito, loro li comprimono in un format di canzone da tre minuti: ellittico, spezzato, accidentato, imprevedibile quanto si vuole, ma sempre concluso, volumetrico e compatto come il cubo colorato le cui tessere hanno mille combinazioni. Poi prendono un genere risaputo, l’hard rock di Fell-H20, e lo sanno decostruire fino a trasformarlo in qualcosa di avventuroso. Manca un anthem in grado di passare alla storia (non c’è That’s When I Reach For My Revolver, per intenderci), ma rimane tutto il fascino di un sound che è ancora attuale e, soprattutto, necessario.

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