Recensioni

7.5

Ciò che continua a lasciare stupiti e ammirati nei Mission Of Burma è la solidità con la quale si riaffacciarono sulle scene un lustro fa. Li guida un atteggiamento riservato e attento alla sostanza e, molto probabilmente, il loro segreto sta in buona parte lì: nel sempiterno interesse ad aprire il rubinetto e lasciar scorrere le idee, nella voglia di coniugare senza sforzo impeto e cervello, nel convincere che intellettualismo e muscolarità possono convivere felicemente. Poiché non devono dimostrare nulla a nessuno, una miscela di distacco e partecipazione gli consente ogni volta di uscirsene con qualcosa che è familiare e nondimeno possiede contorni cangianti.

Se dunque lo splendido The Obliterati tre anni or sono poggiava sulla varietà delle angolazioni e OnOffOn restituiva nel 2004 uno stile senza rughe, questo terzo atto rinforza – e al contempo ritocca in modo sottile – l’Arte dei signori Miller, Prescott e Conley. Sempre aiutati dal prezioso Bob Weston in cabina di regia e alla manipolazione di nastri, i bostoniani guardano indietro e pure avanti allestendo una suite in quattro parti, dove i brani scorrono uno dentro all’altro senza soluzione di continuità tra schiumare di ritmiche, chitarre qui rovinose e là contorte e favolose melodie a lento rilascio. Ci sentirete gli Hüsker Dü – loro coetanei – maturi e struggenti (After The Rain, Good Cheer), ipotesi di Jam (So Fuck It) e Joy Division nati sull’altra sponda dell’Atlantico (Blunder); al di là di ogni paragone, apprezzerete l’aggressività innodica del punk corretta dallo spirito avventuroso del suo “post”, soprattutto nell’articolata Ssl 83, in una One Day We Will Live There che brutalizza Bo Diddley e nei cadenzati capolavori Slow Faucet e Feed.

E, mi raccomando, niente tiritere sui dischi/gruppi “di una volta”, ché questa è musica attuale come pochissime altre. Per un (impietoso) confronto, vi basterà mettete queste dodici tracce accanto a Franz Ferdinand, Interpol e anemica compagnia. Li scioglieranno come il sole con la neve.

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