Recensioni
The Milk Carton Kids
All the Things I Did and All the Things That I Didn't Do
-
Tommaso Iannini
- 2 Luglio 2018

Per Joey Ryan e Kenneth Pattengale, californiani titolari della sigla Milk Carton Kids, questo album rappresenta una piccola svolta. In studio, alla House of Blues di Nashville, hanno portato un parco strumentale più ricco e multiforme, aggiungendo una tavolozza più corposa (archi, pianoforte, tastiere e non solo) agli intrecci delle loro due voci e chitarre acustiche (la cui ispirazione originaria guarda a monumenti del folk moderno americano come Everly Brothers e Simon & Garfunkel),
In ogni caso, gli arrangiamenti, pur essendo più ricchi, mantengono una sobrietà di stampo quasi cameristico e non spostano molto il baricentro sonoro della formazione. Quello dei Milk Carton Kids di questo quinto album è un alt-country che riafferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, il legame con la classicità roots americana – possiamo citare il retrogusto di Byrds di Nothing Is Real e l’eco lontano della Band di Big Time, come momenti topici più lampanti, ma è tutta l’impostazione sonora di All the Things That I Did, and All the Things That I Didn’t Do a rimarcare una fedeltà alle radici quasi assoluta, anche se vissuta con una sensibilità contemporanea e non revivalista (una vicinanza più “attuale” semmai è quella con i Fleet Foxes in Younger Years).
Dove la personalità dei due musicisti davvero emerge è comunque nella qualità della scrittura, cui si può rimproverare giusto un po’ troppa omogeneità e livellamento verso la ballad, e qualche occasionale caduta nel sentimentalismo (You Break My Heart). Anche perché per il resto, Joey e Kenneth, quando sanno dosare i toni nella giusta maniera agrodolce e melanconica, offrono i momenti migliori e canzoni davvero in grado di imprimersi nella memoria – l’iniziale Just Look at Us Now o l’elegia di Mourning in America – mentre appena si decidono finalmente a forzare lo schema-ballata, con i fraseggi strumentali della lunga One More for the Road, regalano brividi psichedelici. Un disco comunque beneducato (in tutti i sensi) e di cui si apprezzano la qualità delle melodie e l’innesto felice di nuove componenti formali in una formula ben riconoscibile.
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