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6.8

Se cambia spettacolo come cambia fede calcistica, stiamo freschi. Una delle curiosità su Miles Kane è che un po’ di tempo fa da tifoso del Manchester United lo è diventato del Liverpool. Non sappiamo quando sia avvenuta la conversione – magari nel momento in cui Salah & co. hanno iniziato a collezionare trofei – ma immaginiamo che dalle parti di Anfield Road non l’abbiano riaccolto bene (ammesso che ai frequentatori della Kop gliene fregasse qualcosa), lui che vicino a Liverpool c’è nato.

Simpatie pallonare a parte, Kane in realtà non è un voltagabbana, e anzi in tutta carriera è stato fin troppo fedele al suo credo british-rock, non rinnegando mai il piglio rétro fino al punto di rasentare la vetustà. Change The Show, il suo quarto lavoro in studio da solista, non solo è vetusto ma si fregia dell’aggettivo, appuntandoselo al petto con fierezza come una medaglia al valore, e a dire il vero non lo si può biasimare per questo: il successore di Coupe De Grace è meravigliosamente immerso nell’universo incantato del mod e di tutto ciò che ne seguì, dal northern soul al brit-pop all’indie albionico degli 00s. Non che siamo al cospetto di un capolavoro, intendiamoci, ma essere fuori dal tempo è da gente insana di mente (parafrasando i Bluvertigo), e in questi tempi forse è la follia che andrebbe elogiata (citando Erasmo).

Per dire, folle è il lead single Don’t Let It Get You Down, che si apre tra intricate e tribali percussioni a sostegno di comunicazioni via etere (in realtà si tratta di un sample del presentatore Paul O’Grady) che riportano alla mente certe macchinazioni Eno/Byrne, ma poi vira improvvisamente in territori Motown con vista su paradisiaci scenari brasileri conditi con umori jazz. Schizoidi escursioni in un lavoro in generale abbastanza ligio alla tradizione, come si sente anche nella lennoniana opening Tears Are Falling; mentre invece pare rifarsi più a Harrison la salvifica e positiva See Ya When I See Ya, laddove invece Never Get Tired Of Dancing è un invito a scatenarsi sulle note di un gaudente piano rock ‘n’ roll dai sapori 50s.

Quello che non manca, nel nuovo capitolo a firma Kane, è il senso del ritmo, anzi della marcia (o per meglio dire della marcetta). Più di un brano (Tell Me What You’re Feeling, Caroline e Nothing’s Ever Gonna Be Good Enough, che vede la partecipazione della cantante Corinne Bailey Rae) procede seguendo una cadenza marziale dall’effetto sardonico ancorché tranchant, e al piglio zuccheroso e pop fa spesso da contraltare l’afflato soulful, dove trombe e sax si prendono la scena. E la scena se la prende anche lui, Kane, con quel cantato stridulo e indolente che ha l’unico difetto di ricordare un po’ troppo Liam Gallagher.

Un’inglesità che tracima anche dalla title-track, che tra etilici cori da pub e ritmica pesante e compassata a sostenere piano e sax è forse il miglior episodio del lotto. Non solo. Fumi di Albione promanano anche dai continui richiami a parka e lambrette di Kinks, Who, Jam e soprattutto XTC. Lo sapevamo: Andy Partridge è stato una specie di semidio per Kane, e un buon allievo non dimentica mai lezione del maestro.

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