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Manchester dal 1976 al 1992, più di 15 anni dagli “albori punk alla morte dell’acid culture”: così recita il sottotitolo del film, nato a posteriori a inizio 2000 e ispirato a una autobiografia del guru Tony Wilson; Michael Winterbottom ne coglie l’idea e usando un attore versatile come il comedian Steve Coogan, riesce nell’intento di tratteggiare a tutto tondo il personaggio insolente, sfrontato, camaleontico, opportunista ed eclettico quale Wilson era.

Mescolando per scelta biografia e leggende metropolitane, humor e sarcasmo, con ritmo frenetico si mescolano pubblico e privato nella vicenda dell’Haçienda e della Factory, dei gruppi che vi ruotano (Joy Division in primis e il suicidio di Curtis, gli Happy Mondays e il lisergico Shawn Ryder, i Durutti Column), dai cambiamenti dell’era post-punk fino alla Madchester degli anni d’oro, ed oltre, giù giù verso l’inevitabile declino.

Nessun compiacimento, piuttosto un entrare e uscire dalla storia, usando materiale d’epoca mixato alle ricostruzioni, con cameo-role dei veri artisti (tra gli altri lo stesso Wilson, Vini Reilly, Howard Devoto – che nega ironicamente in un fuoriscena una delle tante leggende metropolitane, quella di essersi fatto la moglie del protagonista –). Il film è una possibile ricostruzione di quegli anni, a quanto pare non fedelissima al creatore dell’Haçienda, in cui vero e verosimile, attori e musicisti veri si mescolano in un gioco sottile delle parti. Scegliendo di puntare tutto sul vulcanico protagonista, le due storie parallele (Ian Curtis e Shawn Ryder) sono per forza di cose piuttosto defilate e ritornano di tanto in tanto a commento degli eventi, come momento di riflessione e contrappunto; d’altra parte la scena è tutta per Wilson/Coogan, non poteva essere altrimenti.

24 Hour Party People ha il merito di riuscire a cogliere lo spirito dell’epoca, tra anarchia e creatività, arte e mestiere, un godibile documento quindi di quell’irripetibile periodo, in cui il melting pot tra rock e club culture era ormai una realtà.

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