Recensioni

7.1

Non è sicuramente facile avvicinarsi ad un disco del genere se non si ha una certa familiarità con il personaggio di Metal Carter e il suo personalissimo mondo mentale. Il più trucido Truce Boy è il classico MC da odiare o amare: flow e metriche troppo particolari, tematiche volutamente al limite (e ben spesso oltre) della decenza e del buon gusto per poter piacere a tutti. Il Sergente di Metallo si è però costruito negli anni un piccolo/grande seguito che si avvicina al vero e proprio culto, grazie a una coerenza mantenuta senza cedimenti durante il proprio percorso e a una sincerità limpidissima nella sua malata brutalità. Cult Leader aspira fin dal titolo ad essere il manifesto del Carter-pensiero, con 19 tracce per un’ora abbondante di durata e una carrellata impressionante di ospitate illustri e sempre calzanti: tra gli altri, Noyz Narcos, Fabri Fibra, Tormento, Gemello, Danno, Madman e Caputo.

Che l’album si ponga verosimilmente come opera omnia del Sergente appare evidente anche e soprattutto da un netto scarto rispetto alle tematiche solitamente associate a Carter: i riferimenti al gore, al trash, all’horror di serie Z e i deliri di misantropia violenta e a tratti autolesionista sono sempre presenti e portanti (E’ troppo tardi è classic Metal Carter al 100%), ma sono qui affiancati da una vena che, anche se sarebbe forse un filo elegiaco definire esistenziale, rappresenta inequivocabilmente un’evoluzione verso una maggiore maturità; parlare di catarsi sarebbe eccessivo, ma le tenebre dense e marce del microcosmo mentale del Death Master sembrano a tratti avvicinarsi ad una vaga – e che per ora vagheggiata rimane – apertura. Esemplare a tal proposito Non può cambiare il mondo una canzonema magari può aiutare certe persone» aggiunge lui), non a caso scelta come primo singolo estratto; il brano costituisce inoltre un episodio a sé anche da un punto di vista strettamente musicale, con una base crossover su chitarroni metal molto Faith No More prima maniera che poteva risultare facilmente fuori tempo massimo, ma riesce a restare un’incursione inedita e credibile.

L’album si muove per il (corposo) resto su binari più canonicamente hip hop, mantenendosi su livelli di eccellenza assoluta anche in ambito di beat, grazie ad uno straordinario lavoro di produzione di Eddy Depha (con perle come Rime d’acciaio exclusive, Devi dimostrarlo, e gli echi West Coast di Voci che gridano, giusto per citarne tre tra le migliori). Chi non apprezzava Metal Carter prima di oggi non sarà certo convertito al culto da questo disco. Noi, presi a schiaffi in faccia dalla malvagità e dalla violenza della conclusiva e cattivissima Metalblade freestyle, non possiamo che re-innamorarci, di nuovo.

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