Recensioni

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Non sono le scosse di soprammobili che cadono, lampadari che oscillano, porte che sbattono e si riaprono. In questo caso i crolli possono essere soltanto emotivi; gli stati di emergenza forse relazionali e sentimentali; il dispiegamento di forze soprattutto personale. Se dovessero misurare un terremoto i Mercalli, scoprirebbero solo quello che colpisce Una Casa Stregata, debutto discografico della band irpina, originaria dunque di una terra che con il fenomeno ha una tragica tradizione. Tra le macerie del lavoro si nascondono però soltanto rapporti da rivedere, vicini da ascoltare, nascondigli da praticare insieme.

È un album che parla soprattutto d’amore. Tratteggiato, toccato con delicatezza, scrutato da lontano e quasi di nascosto. L’amore degli altri, si azzardano a raccontare i Mercalli. Igor Grassi, Enrico Riccio, Fortunato Sebastiano e alla batteria Johnatan Maurano confezionano undici canzoni italianamente pop e un po’ naïf. Dall’atmosfera a volte straniata, se non spesso e volentieri radicalmente pop. Bozzetti in bianco e nero oppure attraversati da una strobo di un piano bar, che si lasciano dettare la linea da bassi corposi o synth compatti come vetro. Come nelle iniziali Ciclisti e Un letto stretto per due, che subito lasciano intravedere certe influenze da scuola romana: Max Gazzé e Riccardo Sinigallia in primis. La sedia in bilico, singolo che anticipava il lavoro, ricalca l’atmosfera soffusa e straniante che è propria dell’intero album. Qui viene in mente Niccolò Fabi, come nella successiva Un posto per nascondersi, o nelle piccole solitudini che non si risolvono di Soprammobili. Appena più new wave pare Guardi le cose, e l’amore splatter e sviscerato della ballata Una questione di stomaco fa rima con l’ultimo Brunori Sas. Il synth pop corposo di Comete e le disorientate Gesti e La stessa stanza accompagnano il lavoro verso le battute finali.

Le stanze di questa casa ordinatamente alienante sono arredate di poche intuizioni ma coerenti. Ricordano senza fatica il cantautorato italiano più noto, la “scuola romana” e tracce di synth pop e rock pop anni settanta. Come dire, nessuna idea nuova ma un’attitudine chiara e indossata con eleganza.

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