Recensioni

Torna con cadenza ormai decennale la formazione californiana guidata da Brad Laner, arrivata qui a un quinto lavoro – dopo The Mechanical Forces Of Love del 2003 – che riprende il discorso pop-shoegaze iniziato nella Los Angeles dei primissimi anni ’90 e culminato, in termini di popolarità, con il cameo della band in una scena e nella colonna sonora del film Il Corvo, con la scintillante Time Baby II ed Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins alla voce.
Se la Los Angeles di quegli anni bruciava – nelle distorsioni di Laner e nell’immaginario a fumetti di James O’Barr -, quella di To The Happy Few è, a distanza di più di vent’anni, la versione più moderna, mitigata e normalizzata di un sound che col passare del tempo ha abbandonato i contorni più lussuriosi e dannati, pur rimanendo, appunto, roba per pochi.
Non è forse un caso – oppure sì? – che quest’album coincida con il ritorno discografico della band a cui, per forza di cose, i Medicine sono sempre stati associati: i My Bloody Valentine. Stilisticamente ma anche qualitativamente, i Medicine sono quanto di più vicino alla band di Shields gli Stati Uniti siano mai riusciti a produrre. Ma se di somiglianze ce ne sono – dagli effetti eterei usati per le chitarre alla voce filtrata di Beth Thompson (che sostituisce Shannon Lee nella nuova line-up) – nette sono anche le differenze che separano le due band. Se mbv sembra sospeso nel tempo – e in qualche modo è proprio così – To The Happy Few è sicuramente molto più “qui e ora”, più diretto e sfacciato nella sua ricerca delle melodie e del ritornello ma anche nell’uso della voce, strumento che in mbv mai assume contorni ben definiti e che invece nei Medicine viene, in episodi come Holy Crimes, anteposta a tutto il resto.
Forte dell’esperienza a nome Electric Company – navigando in territori IDM – ma anche di innumerevoli collaborazioni – non ultime quelle con Anthony Gonzalez degli M83 per Hurry Up, We’re Dreaming – gli anni senza Medicine di Brad Laner sono stati tutt’altro che inattivi, hanno anzi permesso al musicista americano di rimodellare il sound del gruppo attraverso parametri più ampi e aggiornati rispetto a quelli di vent’anni fa.
Il singolo e opener Long As The Sun è forse l’episodio più rumoroso, soprattutto nei primi due minuti, ma già dalla seconda parte di canzone si intuisce che la vera natura di quest’opera è quella di un pop etereo e ammaliante, a tratti stordente ma che non rinuncia mai all’appeal radiofonico. E infatti con il passare dei pezzi i ritornelli si fanno più insistenti, i vocal meno increspati e le chitarre più morbide, giù fino alla ballatona dreamy The End Of The Line, passando per il power pop di matrice quasi canadese di Butterflies Out Tonight, con cui Laner dimostra di saper muoversi bene tra passato e presente, tra il piano etereo e quello materiale. To The Happy Few non punta ad elevare l’ascoltatore – come riesce invece a fare mbv – ma più semplicemente ad intrattenere, confermandosi per ora come unica valida alternativa, per tutti quelli che di shoegaze non ne hanno mai abbastanza.
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